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venerdì 19 febbraio 2021

La visione dei Macchiaioli

Avete mai fatto caso che molti artisti strizzano gli occhi guardando un quadro o l’opera che stanno realizzando? Si tratta di un’operazione di "strategia visiva" fatta per perdere i dettagli ed evidenziare i contrasti. Per cogliere la composizione nel suo insieme, come se una sfocatura eliminasse i particolari. In pratica serve per semplificare la visione e coglierne solo le forme fondamentali. Questa operazione può essere svolta in maniera più scientifica usando la tecnica dello “specchio nero”, uno specchio affumicato che riflette meglio i contrasti permettendo di individuare le luci e le ombre come campiture più semplici, eliminando colori e dettagli. E’ probabilmente uno degli argomenti di cui parlano gli artisti che si riuniscono al Caffè Michelangelo a Firenze verso il 1845-50, attorno al critico Diego Martelli e al pittore verista napoletano Saverio Altamura, che insieme al collega Domenico Morelli ha visto a Parigi i dipinti di Courbet, Corot e Delacroix. Al caffè Michelangelo si aggregano diversi pittori che intorno al 1855 danno origine ad uno straordinario rinnovamento antiaccademico, creando una pittura che vuole rinnovare la cultura pittorica nazionale opponendosi al Romanticismo, al Neoclassicismo e al Purismo accademico. Come accadrà anche per gli Impressionisti, la loro definizione parte da una definizione data da una critica non favorevole. Il termine macchiaioli viene infatti utilizzato dalla Gazzetta del Popolo nel 1862 per denigrare un'esposizione fiorentina di questa corrente. I pittori oggetto della definizione decidono comunque di adottare il termine come identificativo della loro tendenza. All'interno dei Macchiaioli ci sono anche i pittori del cosiddetto gruppo di Pergentina, nome della località in cui intorno al 1860 si riunivano Signorini, Abbati, Borrani e Sernesi.

Parliamo in particolare del periodo che va dal 1855 al 1870. Con i Macchiaioli a mio parere inizia una svolta epocale nell’arte. Va detto che io sono un po’ di parte, e dico queste cose perché sono un fan sfegatato dei Macchiaioli; e comunque non sono uno storico dell’arte, ma penso di poter dire che per la prima volta il pittore trasferisce sul dipinto una sua esperienza sensoriale di vita vivente e vissuta (sensazione, emozione o impre
ssione). Qualcosa di unico, quel particolare efflato che c’è dentro un quadro e che ci permette di rivivere l’atmosfera e il preciso momento che ha vissuto il pittore, e che noi riusciamo a riconoscere in qualcosa che abbiamo vissuto anche noi. E’ qualcosa che verrà poi attribuito anche agli impressionisti, ma che qui, qualche anno prima, è già ben presente e percepibile. Forse i prodromi di tutto ciò si trovano già in Friedrich e nella pittura romantica, ma mentre (sempre secondo me) la pittura romantica tende ad una oggettivazione e ad una universalizzazione dei sentimenti, come in una allegoria, nei Macchiaioli, pur rimanendo fedeli in un certo senso al realismo, mettono in campo un’esperienza soggettiva che poi diventa parte di ognuno di noi.
Nasce qui probabilmente il primo movimento mondiale di pittura effettivamente “moderna”, che lascia definitivamente l’ossessione accademica del dettaglio, della sfumatura e della velatura, e che comincia a rendersi conto che è più “vera” un’immagine che segue la visione più di quella che è risultato dell’analisi e dell’osservazione minuziosa. Non è che l'osservazione dei macchiaioli non sia minuziosa, anzi. Ma "astrae" dal quadro ciò che veramente serve e basta all'occhio per ricostruire un'immagine perfetta. E la visione (come poi dirà la teoria della Gestalt, di cui faremo qualche cenno) è un contrasto di macchie di colore. Dipingere queste macchie allontana dal realismo accademico ma restituisce un’immagine che per lo spettatore è perfino più “reale”, ma soprattutto più evocativa. Nasce qui la pittura che insegue l’impressione, cioè ciò che letteralmente rimane impresso in noi mentre guardiamo. Il risultato è un’immagine meno dettagliata ma estremamente più suggestiva della realtà, più rispondente a ciò che vediamo veramente. In certo senso più isolati, ma considerati fra i principali del movimento, e senza dubbio gli iniziatori, ci sono tre grandi protagonisti:



  
 

Giovanni Fattori, La rotonda dei Bagni Palmieri (1866)
 

Giovanni Fattori, L'Arno presso Bellariva (1875)



Giovanni Fattori, Il pagliaio (1870)

Giovanni Fattori, il Ponte vecchio a Firenze

Giovanni Fattori, La scolarina (1893)

Giovanni Fattori, La Torre del Magnale (1885)


Giovanni Fattori, La diligenza a Sesto
 

Giovanni Fattori, Garibaldi a Palermo (1860)

Giovanni Fattori, In vedetta (1872)
 
 

Fattori, Contadina tra i pioppi (1875)

Giovanni Fattori (Livorno, 6 settembre 1825 – Firenze, 30 agosto 1908)

Fattori è simpatico, conduce una vita modesta, non partecipa alle polemiche dei Macchiaioli. Nonostante sia considerato il massimo esponente della corrente, forse nemmeno lui stesso sentiva una vera appartenenza. Studia a Livorno con Baldini e a Firenze con Bezzuoli, e all'inizio dipinge prevalentemente battaglie e scene di vita militare. Conosce poi Nino Costa nel 1859 (vedi capitolo sul realismo  "guardiamo in faccia la realtà"), che lo convince a dedicarsi al paesaggio e alla vita reale. Così comincia a discostarsi dalle forme accademiche per cercare ispirazione nella vita quotidiana: personaggi, animali, scene di vita rustica, paesaggi. E' anche un grande ritrattista. Nel 1869 diventa professore nell'accademia di Firenze. Anche se, come abbiamo detto, Fattori non è un vero e proprio teorico dei macchiaioli,  nella purezza espressiva della sua pittura emerge la forza rinnovatrice di questa grande corrente. 


 

 
Silvestro Lega, Tra i fiori del giardino
 
 

Silvestro Lega, La visita (1868)
 
 

Silvestro Lega, Contadinelli

Silvestro Lega, La visita alla balia (1873)

Silvestro Lega, Passeggiata in giardino
 

Silvestro Lega, Un dopo pranzo, il pergolato (1868)
 

Dipinto molto celebre, diventato quasi un emblema della corrente. In effetti è impossibile restare indifferenti davanti a questa atmosfera che ci coinvolge, ci chiama nella scena,  e nello stempo ci provoca una specie di nostalgia per qualche idilliaco momento, qualche ricordo, oppure qualcosa di sognato o di perduto. Siamo in un meriggio di una piana toscana (a me piace tanto perché sembra anche la mia pianura padana), di una bella giornata di aprile o maggio, probabilmente. C'è la pace dell'ora calda in cui tutti mangiano o fanno la siesta, e si respira proprio quel silenzio agreste, il tintinnare dei bricchi, le chiacchiere sommesse. Lo vorreste da appendere in soggiorno?
 
 
 

Silvestro Lega, La curiosa (1866)

 

Silvestro Lega (Modigliana, 8 dicembre 1826 – Firenze, 21 novembre 1895) 

Diciassettenne va a Firenze per iscriversi all’Accademia di Belle Arti,lavora nella tradizione purista.Con il suo maestro Musini e con molti suoi compagni di corso nel 1848 è tra i volontari pisani che combattono nella battaglia di Curtatone e Montanara. Tecnicamente, restando in fondo un realista, tende ad approfondire i problemi del colore e della luce, ma la sua evoluzione artistica è anche molto influenzata dalla visione politica, quindi si allontana dai temi e dai modi dell’accademia. In questa direzione però furono gli incontri al caffè Michelangelo con i futuri macchiaioli a formare in lui la coscienza completa di artista, capace di associare il racconto di vita all'estetica del paesaggio, dei contesti urbani, delle luci negli interni. Nel 1861 si trasferisce a Piagentina, ospite di Spirito Batelli, un ricco borghese fiorentino e forma con gli amici pittori Telemaco Signorini, Giuseppe Abbati, Odoardo Borrani e Raffaello Sernesi il cosiddetto Gruppo di Pergentina, dal nome della località. 

 

 
Telemaco Signorini, La via del fuoco (1881)


 
Telemaco Signorini, Santa Maria de' Bardi (1870)


 
Telemaco Signorini,  Piazzetta di Settignano (1880)


Telemaco Signorini, L'alzaia (1864)

 

 

 
Telemaco Signorini, La sala delle agitate nell'ospizio di San Bonifacio (1865)


Telemaco Signorini, Luna di miele (1862-1863) 
 
 
 
Telemaco Signorini, Non potendo aspettare (1867)
 
 
 
Telemaco Signorini, Mercato Vecchio a Firenze (1882-83)

 

Telemaco Signorini (Firenze, 18 agosto 1835 – Firenze, 10 febbraio 1901)  
 
Mi sono precipitato a Padova nel 2009 per vedere una antologica meravigliosa di Signorini con ben oltre 100 opere esposte e un album di prestigiosi prestatori internazionali, tra cui il parigino Museo d’Orsay, che  ha prestato il famoso Degas L’Absinthe, e l’Hermitage di San Pietroburgo. La mostra era fatta come piace a me: una raccolta accurata della storia di questo artista. Mostrava Signorini messo a"confronto" quelli di altri grandi maestri della pittura europea del momento, da Degas a Tissot, Decamps, Troyon, Corot, Courbet, Rousseau e altri. Sappiamo che Signorini è un personaggio internazionale: ha contatti con il gruppo di Barbizon, viaggia molto in Francia e anche in Inghilterra. Di lui colpisce il verismo (a volte anche di denuncia sociale), reso con uno stile pittorico unico e nuovo. Per la cronaca, Signorini è uno dei miei pittori preferiti. Ricordo che fin da ragazzino, pur nelle cattive riproduzioni di un'enciclopedia, la piazzetta di Settignano mi rimase impressa al primo sguardo.
 
(*) curiosità (un ricordo personale)
 
Quando, nel 2008, mi stavo occupando del Museo dedicato a Giorgio Kienerk dal Comune di Fauglia (Pisa), ho avuto modo di conoscere ed avere rapporti di amicizia con la Prof. Vittoria Kienerk, figlia del maestro. Diverse volte ho pranzato con lei nella sua bella casa di Fauglia, che era stata l'abitazione prediletta del pittore. Kienerk era stato allievo di Signorini, e la loro frequentazione andò ben oltre il rapporto tra allievo e maestro, nel senso che Signorini spesso trascorreva periodi in compagnia di Kiener, avendo anche lui preso casa nei dintorni. Un pomeriggio, mentre chiacchieravo con la professoressa Vittoria nel suo soggiorno, lei mi disse: "Caro architetto, lei è seduto sulla poltrona dove si sedeva sempre il Sor Telemaco
 
 
* * *


Sulle orme e al fianco di questi tre grandi maestri, si sviluppa la corrente dei Macchiaioli, che come abbiamo detto è anche un gruppo di amici toscani che si incontrano, si scambiano opinioni, si confrontano. In alcuni casi la pittura "a macchia" determina l'intera struttura del dipinto, in altri c'è ancora forte la narrativa verista, ma anche nei quadri di stampo più tradizionale la pennellata è decisa, chiara e dai contorni nitidi. Nonostante negli ultimi cinquant'anni i Macchiaioli siano stati ampiamente celebrati, secondo me non hanno ancora raggiunto l'Olimpo che meritano nella storia dell'arte. Per esempio: tutti conoscono i macchiaioli, ma se chiediamo a qualcuno di dirci dei nomi, in genere compaiono sempre i tre grandi di cui abbiamo appena parlato. Ma il gruppo era vasto, le personalità e le sensibilità molteplici. E quindi sarebbe il caso che i Sernesi, i Cabianca, i Cecconi e i Gioli fossero maggiormente celebrati e seguiti nella globalità delle loro esperienze. Perché se, nonostante tutto, questi pittori non sono ancora riconosciuti nella loro epocale importanza, questo è dovuto unicamente all'insipienza dell'industria culturale nostrana.


 

 
Vito D'Ancona, Portico (1861)

Vitale D'Ancona detto Vito (Pesaro, 12 agosto 1825 – Firenze, 9 gennaio 1884)
 

 
Serafino De Tivoli, Paesaggio con buoi (1855)

Serafino De Tivoli (Livorno, 1826 – Firenze, 1892) 


 

 
Vincenzo Cabianca, Tramonto  (1867)
 
 

Vincenzo Cabianca, Le monachine (1861)
 
 

Vincenzo Cabianca, La filatrice

Vincenzo Cabianca (Verona, 21 giugno 1827 – Roma, 21 marzo 1902) 


 

 
Odoardo Borrani, Ritorno sotto le armi (1879)

Odoardo Borrani (Pisa, 22 agosto 1833 – Firenze, 14 settembre 1905) 


 

 
Egisto Ferroni, L'ambulante (1897)

Egisto Ferroni (Lastra a Signa, 1835 – Lastra a Signa, 1912)


 

 
Adriano Cecioni, La zia Erminia (1867-70)

Adriano Cecioni (Fontebuona 1836 – Firenze, 23 maggio 1886) 

Giuseppe Abbati, Castiglioncello

 

Giuseppe Abbati, Il Mugnone alle Cure


 

Giuseppe Abbati (Napoli, 13 gennaio 1836 – Firenze, 21 febbraio 1868)

 

Raffaello Sernesi, Tetti al sole (1861)

Raffaello Sernesi (Firenze 1838 – Bolzano, 11 agosto 1866)

 

 

 
Domenico Caligo, I chiostri del Camposanto di Pisa (1889)
 

Domenico Caligo (Venezia, circa 1838 – Firenze, 1911)


 

 
Eugenio Prati, Favretto al Liston (1894)

Eugenio Prati (Caldonazzo, 27 gennaio 1842 – Caldonazzo, 8 marzo 1907) 


 


Eugenio Cecconi, Nebbia
 
 
Eugenio Cecconi, Fattori che dipinge
 
 
 
Eugenio Cecconi, Cenciaiole livornesi, (1880)

Eugenio Cecconi (Livorno, 8 Settembre 1842 - Firenze, 19 Dicembre 1903)

Niccolò Cannicci, Le gramignaie al fiume (1896)
 

Niccolò Cannicci (Firenze, 29 ottobre 1846 – Firenze, 19 gennaio 1906)


 

 
Alberto Bonomi, Alberi sulla collina (1879)

Alberto Bonomi (Milano, 1876- Milano, 1914)

 


Postmacchiaioli (1880-1930)
La corrente trova un seguito successivo. Molti pittori, prevalentemente di origine toscana e allievi dei macchiaioli e proseguono nella ricerca dei loro maestri. Ma se avete un po' di pazienza, ritroveremo questi nomi nei prossimi capitoli, perchè molti pittori di questa generazione sono i creatori o gli artefici di nuovi movimenti, come il Divisionismo e il Simbolismo. Altre due emblematiche presenze italiane nella storia dell'arte, non sempre riconosciute nella loro portata. Ne parleremo nei prossimi capitoli. Per ora, diamo un'occhiata ad alcuni tra i principali cosiddetti post-macchiaioli e ad alcune delle loro opere, dove già si intravvedono le future tendenze.

Giovanni Bartolena (Livorno, 24 giugno 1866 – Livorno, 16 febbraio 1942)
Leonetto Cappiello (Livorno, 9 aprile 1875 – Cannes, 2 febbraio 1942) (catellonista)
Giorgio Kienerk (Firenze, 5 maggio 1869 – Fauglia, 15 febbraio 1948)
Oscar Ghiglia (Livorno, 23 agosto 1876 – Firenze, 14 giugno 1945)
Francesco Gioli (San Frediano a Settimo, 29 giugno 1846 – Firenze, 4 febbraio 1922)
Luigi Gioli (San Frediano a Settimo, 16 novembre 1854 – Firenze, 27 ottobre 1947)
Plinio Nomellini (Livorno, 6 agosto 1866 – Firenze, 8 agosto 1943)
Ulvi Liegi (Moisè Luigi Levi) (Livorno, 11 ottobre 1858 – Livorno, 14 settembre 1939)
Vittorio Matteo Corcos (Livorno, 4 ottobre 1859 – Firenze, 1933)
Guglielmo Micheli (Livorno, 12 ottobre 1866 – Livorno, 7 settembre 1926)
Alfredo Müller (Livorno, 30 giugno 1869 – Parigi, 7 febbraio 1939) è
Filadelfo Simi (Levigliani, 11 febbraio 1849 – Firenze, 5 gennaio 1923)
Adolfo Tommasi (Livorno, 1851 – Firenze, 1933)
Angiolo Tommasi (Livorno, 1858 – Torre del Lago Puccini, 1923)
Ludovico Tommasi (Livorno, 16 luglio 1866 – Firenze, 7 febbraio 1941)
Lorenzo Viani (Viareggio, 1º novembre 1882 – Lido di Ostia, 2 novembre 1936)
Llewelyn Lloyd (Livorno, 30 agosto 1879 – Firenze, 1º ottobre 1949)
Raffaello Gambogi (Livorno, 27 Luglio 1874 - Livorno, 8 Febbraio 1943)
Michele Parigi (Pitigliano, 14 dicembre 1913 – Roma, 28 agosto 1987) della Maremma

 

Bartolena, Marina di Antignano
 
 
Filadelfo Simi, Sole a Serravezza
 
 
Francesco Gioli, Venezia al tramonto (1897) 

Francesco Gioli, Tempo di vendemmia (1917)
 

Giorgio Kienerk, Erba medica in fiore (1917)
 
 
Llewelyn Lloyd,  Fine di un giorno sereno (1910)

Llewelyn Lloyd, Marina contro il Monte Perone (1937)

Ludovico Tommasi, Paesaggio con figure

 
  Ludovico Tommasi, Paesaggio fluviale
 
 
 Guglielmo Micheli, Strada di paese (1895)
 
 
Oscar Ghiglia, Paulo con la barca (1918)

Raffaello Gambogi, Casa Benvenuti (1915)

Angiolo Tommasi , Gli emigranti (1896)


Vittorio Matteo Corcos, Signora elegante (1887)

 

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