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martedì 5 marzo 2013

A proposito dell'essere capaci



Un commento di Mad introduce un'altra prospettiva al concetto di "essere capaci" chiamando giustamente in causa artisti dotati di una potenza comunicativa spontanea, apparentemente ignara delle tecniche tradizionali, che si traduce immediatamente in equilibrio, armonia e "senso". Mad porta ad esempio (secondo me molto opportunamente) Jean Michel Basquiat (di cui posto solo un frammento per problemi di copyright).
A mio parere il paragone vale ancora di più con gli artisti totalmente informali, quelli che compiono l'opera senza pianificazione alcuna e la sviluppano con l'action painting.
Li ho sempre ammirati forse perchè posseggono una dote della quale sono privo, che è quella di rischiare. Torno a postare un quadro di Shiraga (questa volta si tratta praticamente di un inedito, un quadro del 1961 presente in una collezione privata e fotografato da A. Pastorino) per evidenziare il concetto che voglio esprimere: Shiraga dipingeva col corpo, il suo dibattersi sulla tela spargeva i colori.
Io penso che tutti potrebbero cimentarsi in un impresa del genere (a parte il costo dei colori) proprio per verificare se riescono ad evocare qualche potenza espressiva. E' evidente che tutti possono buttare dei gnocchi di colore su una grande tela e poi possono rotolarci sopra oppure possono sperimentare altre tecniche che si affidano ad una specie di casualità controllata. Sarà il risultato (ovvero la complicità col destino) a determinare se è arte o meno, se l'autore è un artista o meno.
A mio parere l'opera di Shiraga qui riprodotta è un vero capolavoro, ma mi rendo anche conto che per molte persone il capolavoro non è individuabile, e sono certo che non è solo un problema di cultura...

domenica 3 marzo 2013

Super reale




 Douane Hanson - Donna e cane 1977

Giuseppa Mallia - Immersione, 2012


Ivan Konstantinovič Ajvazovskij -Tra le onde, 1898


Ecco, a proposito dell'essere capace. 
P. S.: le sculture iperrealiste forse sono arte.
E lo dico senza nessun ragionamento critico, ma solo perchè mi è capitato di avere una reazione istintiva molto forte in loro presenza. 

sabato 2 marzo 2013

"Formalità"


Grazie a tutti per i commenti al post precedente. Sono perfettamente consapevole che il paradigma dell'arte figurativa sia andato in crisi a partire dai primi anni del Novecento. Ma una prima obiezione abbastanza diffusa e ormai accreditata afferma che nessuna arte è mai stata "figurativa", nessuna arte si è mai posta il problema di riprodurre la realtà sic et simpliciter. Neppure alla fotografia si può applicare il concetto di semplice cattura e riproduzione di un brandello di realtà. Quindi in un certo senso non c'è mai stata una vera soluzione di continuità tra Piero della Francesca e Jackson Pollack. Sono inoltre perfettamente consapevole dei motivi che hanno spinto molti artisti a praticare un'arte che non fosse più riproduzione di qualcos'altro rispetto a se stessa. La risposta dell'arte informale di fronte all'ingenua domanda dei primi visitatori che chiedevano: "cosa rappresenta quest'opera?" era: "Rappresenta se stessa".
Non c'è dubbio, è stato un grande momento. L'opera d'arte scioglieva qualunque suo tramite di referenze, non era più il significante di un significato, diventava significato. Bellissima intuizione. L'arte non ha più il compito di riferire qualcos'altro rispetto a se stessa, l'opera non è più il ritratto di qualcos'altro, è.
Ma in quel passaggio ci sono ancora altre motivazioni, ancora più profonde. Ovvero la grande domanda sui nostri strumenti di rappresentazione, il rapporto che abbiamo con essi. Quando nel 1977 ascoltai per la prima volta l'LP "Septober Energy", album di jazz/progressive rock della big band Centipede prodotto da Robert Fripp nel 1971, ricordo che feci a caldo una prima considerazione: quando uno ha saputo tirare fuori il meglio da uno strumento (in questo caso uno strumento musicale), quando lo ha frequentato per anni e ne ha percorso tutte le potenzialità armoniche, è logico che tenti di andare oltre, che provi a "tirargli il collo" per fargli fare qualcosa di nuovo. In questo andare oltre c'è anche una sfida alle nostre categorie estetiche, perchè necessariamente il nuovo prodotto deve cercare di scardinare la nostra idea di bello, di piacevole, di edificante eccetera. Per molti artisti dalla metà del Novecento in poi, "andare oltre" è stato più importante di ogni altra cosa. E per andare oltre è necessario interrogarsi sugli strumenti, individuare quali strumenti e quali modalità di utilizzo degli strumenti ci può condurre "oltre". Credo che sia successa una cosa simile anche nelle arti figurative.
E se vogliamo andare a ben vedere, in un movimento molto più lento e più ampio, è successo anche nella filosofia, con il suo spostamento dall'asse ontologico all'asse epistemologico. Vale a dire: invece di occuparmi di cosa sia l'essere, comincio ad occuparmi dei sistemi con cui tento di definirlo, perchè se non ho chiaro il ruolo fondamentale che gioca lo strumento ( il linguaggio, nel caso della filosofia), non posso arrivare da nessuna parte. Anzi, ancora di più: lo strumento diventa struttura, incornicia e formatta il significato, quindi è il significato.
E' un processo che McLuhan ha sintetizzato benissimo con la celebre frase "il mezzo è il messaggio", ed è inequivocabile, e diventa sempre più vero man mano che ci si addentra nello studio dei processi neurofisiologici di assorbimento dei messaggi. Forma e contenuto non sono separabili, non sono scindibili. Come in fisica siamo passati allo spaziotempo, nella comunicazione (e nell'arte, che ne è un caso particolare) siamo passati alla formacontenuto.
Così è successo (ma forse solo in apparenza) che si sono abbandonati i grandi obiettivi, ritenuti irraggiungibili, e tutte le funzioni trascendenti dell'arte e della filosofia sono rimaste un po' in sospeso. E' come se le grandi domande fossero rimaste congelate sullo sfondo, e in primo piano, e cioè accessibile per noi, ci fossero soltanto le contingenze, l'estemporaneo, il suggestivo immediato e lo stupefacente, l'innovativo e l'inconsueto. Non avendo stumenti per affrontarlo o per descriverlo, l'Assoluto ha cessato di essere una delle nostre preoccupazioni.


Non è che sia sparito: secondo me per esempio nelle tavole di Shiraga c'è molto più assoluto di quanto non ce ne sia nella pittura del Cinquecento, per esempio. Solo che quell'assoluto non è enunciato, non è disponibile... diciamo che trapela solo per i colti. Citando la "nostra" contributrice Luisa Barabino, trapela per quell'intellettuale che gode a capire quello che agli altri resta oscuro. Neppure, trapela "veramente" solo per i colti che hanno saputo abbandonare la cultura e tornare istintivi, quindi pochissimi. Ma forse a tutto ciò è legato (come causa, come effetto o, più junghianamente, come sincronicità) l'impoverimento spirituale di noi esseri contemporanei. E' possibile che il tremendo decadimento sociale degli ultimi decenni abbia a che fare con tutto questo?

giovedì 28 febbraio 2013

Semplicemente dipingere


 Un artista dipinge una tela e la espone in una rassegna d'arte. Questa situazione "tipica" descrive paradigmaticamente un evento artistico. Almeno lo ha descritto fino ad una certa epoca. Lo descrive anche oggi, ma non certo in modo esaustivo. Diciamo che, come paradigma tipico, poteva andar bene fino ai primi anni '50.
Anzi, no, perchè già verso il 1915 Duchamp aveva semplicemente esposto uno scolabottiglie, poi un orinatoio nel 1917. Era arte? Certamente. Anzi, a quell'epoca era "più arte" delle altre opere, perchè, come voleva lo stesso Duchamp, provocava e coinvolgeva la materia grigia in una ardua interpretazione. Tutta l'altra arte era di colpo diventata monodimensionale e vecchia, perchè Duchamp conduceva gli spettatori oltre la soglia dell'arte "retinica", come diceva lui.
Andiamo avanti. Un artista, anzichè dipingere la tela, la bucherella o la taglia (lo ha fatto Fontana a cominciare dal 1949). E' arte? Moltissimo! Fontana ha saputo trascendere il piano bidimensionale, è un grande innovatore, anche se ha continuato a tagliare tele un po' troppo a lungo. Proseguiamo. Un artista trova frammenti di materiali diversi come sacchi di juta, catrame, muffe, metallo e plastica. Li assembla e li propone come opera d’arte (lo ha fatto Burri dal '52 in poi). E' arte? Direi che nessuno può metterlo in dubbio, ormai è sui libri di storia. Un artista mette in scatola i propri escrementi (lo ha fatto Piero Manzoni nel 1961). E' arte? Diciamo che il pezzo (anzi, i pezzi, visto che era un miltiplo) ha goduto di una elevatissima notorietà ed anch'esso è sui testi di arte moderna, quindi dev'essere arte.  Un artista "installa" temporaneamente pezzi di legno, paglia, scarti industriali (lo ha fatto l'arte povera di Pascali, Pistoletto ecc. nel 68 circa): E' arte? La risposta è quasi certamente affermativa.

Un artista espone una persona affetta da sindrome di down alla Biennale di Venezia (lo ha fatto De Dominicis nel 1972): E' arte? Il carro armato rovesciato è un’idea del 2011 di Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla. E' un'idea bellissima, comunica bene, è notevole. E' arte?
A fronte dell'enorme letteratura su questi percorsi dell'arte il nostro modesto blog non può aggioungere molto. Certamente molti di noi, nati negli anni '50, hanno praticato, difeso, amato, osservato e interpretato queste forme d'arte: erano - e sono - un costante tentativo di riflettere sull'arte, di andare oltre il "già fatto", di provocare, di scardinare teoremi, di guidarci ad un rapporto diverso con le opere.
Dagli anni 50 in poi ne abbiamo viste: scatole di fiammiferi, bachi da seta, pezzi di muro di Berlino, montagne di elettrodomestici arrugginiti, tubi al neon, carburatori, e vecchie valigie; frecce tribali appese con il filo di nylon e donne nude appese con le corde. E' ancora viva l'eco di Duchamp, che diceva: "non l'ho fatto, l'ho scelto". Ci siamo divertiti, ci siamo sfottuti e provocati, ci siamo stupiti, sgiomentati, scandalizzati e auto-indignati.
Andiamo avanti: un bambino raccoglie i sassolini colorati al mare e poi li mette in un bicchiere: è arte? Una signora di bassa cultura va a una fiera di paese e acquista un dipinto di un pagliaccio che piange o di un mare con l'onda trasparente. E' arte? Un signore esce di casa e nella spazzatura trova un pezzo di lamiera arrugginita. Lo porta a casa e lo appende. E' arte? Un signore fa una puzza in ascensore. E' arte? Forse no, ma se lo facesse con intento provocatorio? Se lo facesse per scardinare i nostri luoghi comuni sugli odori? Forse in quel caso sarebbe arte, a condizione di trovare un gallerista disposto ad ammetterlo.
Oggi la situazione è un po' critica, bisogna ammetterlo. Comprendo perfettamente che aprire una discussione su questo punto significherebbe coinvolgere discorsi enormi sul bello, sull'utile, sul ruolo e sulla funzione dell'arte, sull'etica, sull'estetica e sull'anestetica. Ben vengano i commenti, che sono aperti a tutti, anche ai non iscritti, e possono essere anonimi. Certo è che quando gli avanzi di un cantiere e un'installazione artistica non sono più distinguibili se non per i contesto in cui sono collocati, o forse neppure quello, forse solo l'intento di chi li ha collocati, allora forse è venuto il momento di farsi qualche domanda sull'intento.
Vorrei solo contrapporre a questa lunga (e pretenziosa) carrellata, i dipinti (a mio parere fantastici) di Valérie Pirlot. Non so niente di questa giovane pittrice di cui ho trovato molte opere in rete. So che dipinge semplicemente paesaggi. So che non nasconde le sue tecniche, racconta i suoi dipinti. Lei non sembra minimamente porsi il problema concettuale, sembra non voler fornire provocazioni o rompere schemi. Non sembra neanche tanto preoccupata di essere una innovatrice o un genio dell'invenzione. Credo che si diverta a dipingere, e che riesca a trasferire sulla tela la sua elevata sensibilità. A mio parere dipinge come un macchiaiolo che ha imparato lo shodō. Le sue pennellate sono perfette. Esattamente quelle che servono, non una di più, non una di meno. la sua capacità di centrare i colori è calibrata a puntino. Guardare i suoi quadri mi rende più felice che guardare i combusti di Burri o i legni di Pistoletto. Devo preoccuparmi?

link alla pagina contenente l'immagine

opere di Valérie Pirlot:
il sito
il blog


mercoledì 27 febbraio 2013

Scenari tipografici

http://www.flickr.com/photos/tupigrafia/7197072950/


Claudio Rocha è un designer brasiliano che risiede per parte dell'anno a Genova. E' un fantastico collezionista di caratteri tipografici. Tra le sue molteplici attività c'è l'edizione di Tupigrafia, una bellissima rivista brasiliana curata insieme a Tony De Marco. Tupigrafia parla in particolare di design tipografico. Pur avendo come riferimento principale l'America latina, la rivista offre ampi riferimenti sulla cultura internazionale della grafica e del lettering. Ma l'osservazione "sconfina" ben oltre lo stretto ambito della stampa: nelle ricerche di Claudio Rocha compaiono insegne, numeri civici, punzoni e stencils, per non parlare di esperimenti calligrafici e ricerche sugli strumenti di scrittura.
La straordinaria attenzione con cui la rivista seleziona gli elaborati ne fa un catalogo di piccoli e grandi capolavori, un vero piacere per gli occhi e Un'ampia panoramica di pagine e copertine di Tupigrafia è visibile su www.tupigrafia.com.br, un indirizzo che dirotta immediatamente a una pagina di flickr con l'accesso a parecchie gallery.
In Italia, Claudio Rocha ha collaborato con Tipoteca Italiana (http://www.tipoteca.it/) utilizzando i vecchi torchi per far rivivere caratteri e tipi da lui recuperati nei magazzini di mezzo mondo. Ha dato vita alla preziosa rivista Tipo Italia (http://www.tipoitalia.it). Un percorsovisivo per conoscere la storia della tipografia, del lettering, dell'editoria, della tipografia, fino al digital design dei caratteri, tutto in stile rigorosamente italiano.
Sia Tupigrafia che Tipo Italia non hanno uscite regolari.

sabato 23 febbraio 2013

Sul cosiddetto minimalismo



Credo che quasi tutti i grafici e i visual designer contemporanei si professino "minimalisti". Con il termine minimalismo si intende definire la tendenza stilistica ad eliminare gli orpelli decorativi e gli elementi visivi non indispensabili; a mettere in campo equilibrio, rigore e semplicità per rendere pregnante ciò che veramente conta e cancellare l'inutile. Una specie di reductio ad minimum, appunto, che sembra obbedire alla prima delle Lezioni americane di Calvino, quella sulla leggerezza.
Devo ammettere che anch'io sono rimasto coinvolto in questa tendenza. Faccio parte di una generazione di progettisti cresciuta a "pane e razionalismo"; i nostri assiomi formativi sono stati tecnico-scientifici: ergonomia, prossemica, teoria della gestalt, geometria e ricerca della semplicità formale e produttiva. Quindi è logico pensare che i nostri orientamenti valoriali abbiano prodotto il minimalismo. Una specie di punto d'arrivo, un ritorno all'essenza, un bisogno di togliere il rumore di fondo. Ma ormai è un linguaggio diffuso, una specie di stereotipo comunicativo; chi non pratica il minimalismo è out.
Nella convinzione che ogni scelta stilistica abbia un legame profondo con la società che lo esprime, mi chiedo se queste bellissime vetrine che sembrano sale operatorie, queste brochures tutte bianche con i testi in grigio, questi loghi che non sono altro che nomi scritti in Helvetica o derivati, questi packaging sempre più light (più il prodotto sale nella gamma, più la grafica del pack e minimal) non tradiscano il nostro scenario interiore, oggi desertificato dalla negatività delle contingenze.
Non è una critica, il minimalismo mi piace e lo apprezzo ancor di più se penso che potrebbe essere (anzi, è) l'erede diretto del razionalismo post bellico, e che sicuramente ha avuto i suoi profeti in grandi grafici come Fronzoni, Spera, Steiner,  Noorda, ma bisogna anche segnalare che questo percorso verso l'essenziale ha avuto alcune importanti deroghe. Deroghe che, guarda caso, coincidono con due periodi carichi di potenziale eversivo, di fermenti culturali e di cambiamenti di rotta.
Il primo riguarda gli anni della rivoluzione studentesca alla metà degli anni '60, il movimento che portò ad ampia diffusione i temi della beat generation. A caratterizzare quell'epoca dal punto di vista della grafica restano - per esempio - i lavori di Milton Glaser e di Tadanori Yokoo, che metabolizzando la pop art, il rock e i temi libertari della rivoluzione, trasmettono una caotica e gioiosa energia vitale.

(Le immagini sono tratte da theredlist.fr)

L'altra riguarda la fine degli anni '70 ed è una ancora imprecisata cloud di spostamenti concettuali sull'architettura, sul design e sulla grafica che viene generalme nta raggruppata sotto il nome di postmodern. A testimonianza di quell'epoca posso citare le parole che ascoltai direttamente dalla voce di Alessandro Mendini (fantastico interprete del postmodern, purtroppo noto al grande pubblico solo per la poltrona Proust), in cui apostrofava la nostra generazione di progettisti razionalisti vanamente impegnati a combattere il disordine.

"Il disordine - diceva - va metabolizzato e trasformato in ingrediente progettuale".
Dobbiamo registrare che queste due tendenze in un certo senso mettono in discussione l'idea di modernità razionalista, si oppongono ad un'idea di uomo solo razionale. Mendini diceva che siamo un mix di naturale, di mistico e di tecnologico.
In entrambe queste tendenze si individua un'ironia, un senso del gioco e del divertimento, una ricerca di energia e di superamento del banale che il minimalismo non può concedersi per non tradire se stesso.

giovedì 21 febbraio 2013

Attorno alle città

Per cominciare, una riflessione allo sviluppo urbano cominciato negli anni '60.  Un'attività che ha cambiato il destino di tanti italiani, la cui fortuna economica è legata all'edilizia. Il sogno speculativo dei "palazzinari" (non necessariamente in senso dispregiativo) per molti anni si è pienamente realizzato, e ancora oggi, quando si parla di ripresa, in molti ambienti si sogna la riapertura dei cantieri.
Indipendentemente dal destino del settore e dalle molte polemiche sul modello di sviluppo legato alla progressiva cementificazione, vorrei soltanto mettere a fuoco, proprio come richiede il nostro blog, i paesaggi che questa speculazione ha generato. Non sto parlando soltanto delle periferie degradate come quelle romane o palermitane, ma anche delle periferie più pulite e ordinate delle città di medie dimensioni. Quando cammino per i quartieri otto-novecenteschi delle nostre città (per non parlare dei centri storici), mi coglie come una specie di nostalgia per quegli spazi urbani, per quei manufatti edilizi composti e costruiti con cura, per quei portici e quelle piazze alberate... il raffronto con le zone che hanno caratterizzato l'espansione urbana del boom economico è impietoso; viene veramente da chiedersi quale traccia della nostra epoca rimarrà come patrimonio ai posteri. Non sto parlando di sporadiche "Grandi Opere" firmate dalle archistar, ma della vera cultura architettonica della nostra società, quella diffusa e acquisita da progettisti e imprese, quella che si esprime nell'edilizia residenziale, nei centri commerciali, nei capannoni e nelle palazzine delle aziende. Non abbiamo prodotto nessuno stile, apparentemente non vi è nessuna ricerca della bellezza né a livello architettonico né su scala territoriale; nonostante lo sviluppo delle discipline urbanistiche non siamo riusciti a dare un senso ai quartieri nuovi.
Se però almeno quello che abbiamo fatto fosse duraturo, potremmo sperare che anche le palazzine contemporanee conquistassero un loro posto nella storia dell'architettura italiana, ovvero una delle culle della cultura architettonica del passato. Invece, per l'uso dei materiali, per il desiderio di maggiori margini, per la necessità di contenere i costi, i nostri manufatti edilizi necessitano di costanti manutenzioni, in caso contrario deperiscono rapidamente trasformando in orrendo ciò che da nuovo era soltanto molto brutto. Se fino a qualche anno fa l'impoverimento e lo snaturamento del paesaggio avevano come contropartita l'arricchimento di qualcuno, oggi siamo di fronte anche ad un fallimento economico, a imprese costrette a ultimare senza soldi edifici di cui - sulla carta - hanno venduto solo una piccola parte. Ma ciò che è più grave è l'evidente fallimento dell'urbanistica, pur con tutti i suoi supporti sociologici e statistici, pur con l'analisi dei flussi e con il rilevamento dei bisogni degli abitanti. Mentre scrivevo questo post ho cercato in rete immagini emblematiche di periferie italiane. Mi sono imbattuto nell'articolo Cronache dalla città-periferia: La città-narrazione di Enzo Scandurra di cui condivido molte cose e da cui ho tratto l'immagine (che ho un po' rimaneggiato).