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martedì 19 gennaio 2021

Il Gotico guarda in alto

In genere, vi piace il "gotico"? Oggi in questo termine includiamo anche la festa di Halloween, i film di Tim Burton e il rock dei Sisters of Mercy. Insomma, tutto un mondo un po'oscuro e misterioso, che tende a fare paura. Ma in tutta questa emblematizzazione mediatica (che non ha quasi niente a che fare con ciò che è gotico nell'arte) c'è qualcosa di vero: il gotico ci porta in una dimensione di stupore mistico, in spazi che tendono a diventare maestosi, con confini che vorrebbero perdersi nell'infinito. Ma nello stesso tempo, l'arte gotica si avvicina anche all'uomo, perché la fissità e l'immobilismo dei dipinti romanici, dove i santi e i re stavano lì impalati, comincia ad acquistare dinamismo, e le facce cominciano ad avere delle espressioni.

Infatti, man mano che ci si distanzia dalla tradizione romanica, ci si allontana dai moduli stereotipati dell’arte antica. Per molti questo allontanarsi dai moduli cristiani classici ha in sé qualcosa di poco ortodosso, di barbarico, infatti il termine gotico ai suoi inizi è un po’ dispregiativo e significa proprio “barbarico”. Questa accezione negativa dura fino alla fine del 1700. Il gotico visto nel suo insieme va dal XII al XIV secolo, ma la pittura in uno stile che può essere chiamato "Gotico" non appare fino al XIII secolo, o più o meno 50 anni dopo l'inizio dell'architettura e della scultura. 

Il passaggio dal Romanico al Gotico è in realtà una dissolvenza lenta, in cui gli stilemi romanici si fanno lentamente da parte in favore di uno stile più austero, più scuro e forse più mistico. Questa transizione parte in Inghilterra e in Francia intorno al 1200, in Germania intorno al 1220 e in Italia circa nel 1300.
Anche se lo scisma dal cattolicesimo ad opera di Martin Lutero è ancora di là da venire (sarà ratificato nel 1521), ho sempre pensato che nelle sostanziali differenze tra la religiosità romanica e la religiosità gotica si manifesti in maniera visiva la grande differenza tra i popoli mediterranei e sud-europei e i popoli nordici, quella che poi sarà la differenza sostanziale tra cattolici e protestanti. I primi guidati da un impianto religioso romanico, gli altri che hanno espresso la religiosità gotica: la prima, quella romanica, basata sul senso di colpa; la seconda, la gotica, basata sul senso di responsabilità. Si tratta, inutile dirlo, di una mia visione personale che ha ben pochi suffragi concreti nella storia, e forse è un’idea che ho maturato dalle sensazioni che provo nelle chiese romaniche, dove mi sento accolto e protetto ma schiacciato verso il basso, mentre invece nelle chiese gotiche mi sento solo, ma anche libero di elevarmi autonomamente verso una dimensione spirituale.
Anche la pittura gotica rispetto a quella romanica mi sembra più spirituale, meno “pesante”, ma soprattutto si sgancia dal ferreo staticismo, retaggio bizantino. Qui, specialmente con il grande Giotto di Bondone, la scena prende vita, c’è un’azione, c’è un racconto. Un po’ come passare dalla fotografia al cinema.
Nonostante il gotico non nasca in Italia (si manifesta verso al metà del XII in Francia poi svilupparsi nel resto d'Europa, fino ad arrivare in Italia circa nel 1300) le migliori esperienze di pittura gotica sono italiane. In questo periodo che nascono le organizzazioni delle arti e dei mestieri, la borghesia comincia a farsi strada come classe sociale attiva, sorgono i primi comuni liberi che si avviano a diventare signorie. La pittura gotica assume caratteri diversi a seconda dell’area in cui si sviluppa, ma fuori dell'Italia la pittura ha un ruolo di secondo piano rispetto all'architettura e alla scultura. Scompaiono i cicli ad affresco tipicamente romanici e inizia la pittura sulle vetrate all'interno delle grandi cattedrali. In Italia invece si continua a preferire sempre la pittura ad affresco, i mosaici e le tavole dipinte.
Le correnti d'oltralpe si sovrapposero al gusto bizantino che persisteva in Italia dando origine a tre diverse correnti pittoriche: la scuola senese di Duccio di Buoninsegna, Simone Martini, Ambrogio Lorenzetti, la scuola fiorentina culminante con Giotto e la scuola romana di Pietro Cavallini.
Indubbiamente, Giotto è la superstar... influenza tutti i pittori del tempo elaborando un linguaggio pittorico umano e naturalistico (vedere gli affreschi della basilica di S. Francesco ad Assisi e quelli della cappella degli Scrovegni a Padova).


 


Coppo di Marcovaldo (Firenze, 1225 circa – 1276 circa)  San Michele Arcangelo  (1250-1260) . Una delle pietre miliari della pittura del Duecento fiorentino. L'opera è ancora piena di retaggi orientali. Una curiosità: l'opera fa parte di un "racconto", una serie di tavole (la Legenda Aurea) disposte ai lati della chiesa di Sant'Angelo a Vico l'Abate nel comune di San Casciano. Ebbene, c'è un altro segno "orientale": la lettura di tipo bustrofedico, partendo da destra a sinistra. L'arcangelo è rappresentato al centro del dossale, seduto in trono, con una lunga tunica (anche lui secondo il rito orientale). 

 


Cimabue (Bencivieni di Cepo) (Firenze, 1240 circa – Pisa, 1302) - Maestà du Louvre (1289), un'opera a tempera e oro su tavola  - Louvre, Parigi

 

                                         

 

Duccio di Boninsegna (Siena, 1255 circa – Siena, 1318 o 1319) Madonna Ruccelai (1285). Il modulo narrativo è identico a quello di Cimabue ( e forse precedente). Molte altre Madonne dell'epoca hanno un impianto molto simile.

 



Affreschi di Giotto, 1303 - 1305, Cappella degli Scrovegni, Padova)  
1 - Natività di Maria
2 - L' Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d'Oro
3 - La cacciata dal Tempio
 



Giotto (Angiolo di Bondone) (Colle di Vespignano, 1267 – Firenze, 8 gennaio 1337)
Giotto è un grande innovatore, uno di quei geni che vedono o intuiscono visioni nuove che poi trasmettono ai posteri. Si può dire che "inventa" una nuova pittura. Volendo fare un ennesimo paragone con qualcosa di più recente, giotto potrebbe essere paragonato all'inventore delle immagini in 3D. Crea lo spazio e la profondità, segna il superamento degli schemi bizantini e l'apertura verso una rappresentazione che introduce il senso del volume e del colore, anticipando i valori dell'età dell'Umanesimo. Infatti, a ben guardare, nonostante Giotto sia una superstar dell'epoca gotica, i suoi dipinti hanno ben poco di "gotico", infatti, nella prospettiva critica storico-artistica Giotto è l’anticipatore del Rinascimento. Secondo questa visione è Giotto che per primo dà massa corporea e fisionomia realistica alle "persone" presenti nell'opera, superando del tutto lo ieratismo bizantino. E poi recupera dalla pittura greco-romana lo spazio in pittura, l’uso di una prospettiva empirica, le architetture cominciano ad avere un rapporto più realistico e coerente con i personaggi umani e non sono più una rappresentazione simbolica, come ancora in Cimabue. Giotto riesce a fare un salto qualitativo indicibile, perché riesce perfino a dare caratterizzazione psicologica alle sue figure.

E poi, come ultima cosa: Giotto inizia il processo di laicizzazione della pittura ( e scusate se è poco).

              

 

 
Simone Martini (Siena, 1284 circa – Avignone, 1344) L'Annunciazione tra i santi Ansano e Massima,  un dipinto a tempera e oro su tavola (305x265 cm) di Simone Martini e Lippo Memmi (1333) - Uffizi,Firenze

 


 

Ambrogio Lorenzetti (Siena, 1290 circa – Siena, 1348) - Effetti del buon governo (a mio parere un dipinto magnifico... e nel girotondo si intravede già qualcosa di Botticelli... )



Scuola di Avignone (franco-italiani) Chambre du Cerf, 1343, Palais des Papes Avignone. Un mio amico che si occupa di fashion design mi ha detto che questa immagine è "glam".


                

Autore sconosciuto Dittico di Wilton House, circa 1395,  (Londra, National Gallery). Mentre da noi abbondava l'oro, qua sembra avessero ampie scorte di blu oltremare (che per inciso, non si chiama così perché ha il colore del mare lontano, ma perché anticamente giungeva "da oltre mare", cioè da paesi lontani. In fatti il "lapis azul" o pietra azzurra, nota a tutti oggi come lapislazzuli, veniva estratto principalmente in Oriente e dai porti del Vicino Oriente (Siria, Palestina, Egitto) arrivava in Europa.


Jacquemart de Hesdin (Hesdin, 1384 – 1413) Salita al Calvario (Portamento della Croce), 1409 (Parigi, Louvre). Interessantissimo il movimento generale del quadro, dove tutti sembrano spostarsi verso destra. (E' in scena una delle leggi della "gestalt": tutte le figure hanno un "destino comune").

 


 

Aggiungo questo Particolare dalla Tomba di Don Sancho Saiz de Carillo (1300) - Museu Nacional d'Art de Catalunya - Barcelona. Fa parte di una serie di straordinari dipinti trecenteschi dell'arte catalana. Come non vederci un'anticipazione di Klimt? E forse perfino di Munch?



lunedì 18 gennaio 2021

Luci romaniche

 

In genere, quando penso al Medioevo, nella mia testa prevale il colore bruno, scuro. Penso al Medioevo come a un periodo oscuro, di povertà, di paure, di battaglie dei crociati, di servi della gleba vissuti in una estrema povertà. Ma il Medioevo, tanto per cominciare, è un periodo lunghissimo: dura circa mille anni. E poi, ad indagarlo, si scopre che è anche un periodo pieno di luce, di cose preziose, pervaso da una specie di sincerità intellettuale, o per lo meno di schiettezza, forse ispirata dal “timor di Dio” (che a quell’epoca doveva essere autentico) che non si ritroverà più nella storia.
Nel corso di quel lungo periodo che noi chiamiamo Medioevo, dopo la caduta dell’impero romano che rinasce in forma nuova a Bisanzio, accadono una serie di fatti sconvolgenti e immani, come la formazione dei regni romano-barbarici, la rinascita dell’impero ad opera di Carlo Magno nel IX sec., la nascita della religione islamica nel VII secolo, l’affermarsi dominante della chiesa come centro di potere politico.
A questo si aggiunge il colossale cambiamento linguistico: l’evoluzione dal basso latino verso le lingue romanze e le lingue volgari di ceppo germanico, celtico, anglo-sassone.
C’è anche lo sviluppo del pensiero teologico, filosofico e scientifico. Un nuovo spazio di autonomia per il pensiero che permette il rinnovamento culturale dei secoli XI e XII, determinato soprattutto dall’incontro con popoli diversi (islamici e barbari). Per finire, dal 1200 in poi, la nascita delle prime università: Bologna, la prima della storia (1067), Oxford (1096), Salamanca (1134), Padova (1220).

La rinascita demografica, economica e politica dopo il Mille determina la creazione delle identità comunali nelle città, il commercio e lo sviluppo dell’economia monetaria, le crociate contro l’Islam per il predominio nel Mediterraneo, la formazione degli stati nazionali. Tutti questi eventi segnano il passaggio tra due grandi momenti dell’arte e dell’architettura, e cioè il transito dal romanico al gotico. Si tratta di un passaggio cruciale, che comporta anche un sostanziale cambio della religiosità. Se infatti l’architettura romanica è una architettura che tende a schiacciare l’uomo verso il basso. Le chiese romaniche sono molto essenziali e generalmente abbastanza “terrene”. Se entriamo in una chiesa romanica il nostro sguardo tende a rimanere “ad altezza uomo” e a rivolgersi alla fine verso l’altare, il luogo di massima evidenza. La religiosità romanica è ancora una religiosità inclusiva, tendente ad aggregare i fedeli in una comunità. Se invece entriamo in una chiesa gotica lo sguardo tende immediatamente verso l’alto. Le strutture verticali sono senz’altro il risultato di nuove tecnologie costruttive (in epoca gotica l’Europa fu quasi completamente disboscata per costruire ponteggi) ma sono anche il sintomo di una religiosità più mistica, che tende a far sentire l’uomo piccolo in confronto alla grandezza di Dio. Nelle chiese gotiche ci si sente sempre soli e piccoli.
Ma noi qui parliamo di pittura e non di architettura, anche se questo piccolo preambolo sulla architettura ha una certa corrispondenza con la pittura.

Comunque, tanto per chiarire, in epoca romanica, nessuno diceva di sè "sono un romanico", oppure: "sto facendo qualcosa di romanico". La parola “romanico” è stata introdotta nella seconda metà del XIX secolo per identificare il periodo che precede il gotico,  per metterne in evidenza il carattere neolatino, mentre “gotico” indicava l'arte dei Goti, cioè gente di origine germanica. In base a questa concezione, il termine è collegato alle nascenti lingue "romanze" ed in particolare alle lingue italiana e francese.

Lo stile Romanico si sviluppa in un arco di tempo che va dall’ XI al XII secolo. La pittura romanica comprende varie manifestazioni pittoriche che compaiono nell'Europa occidentale e centrale all'incirca tra la metà dell'XI secolo e la metà del XII secolo. E’ un tipo di pittura fortemente legata alla tradizione tardo antica e bizantina che era sopravvissuta a varie vicissitudini dell’impero, tra cui in primo piano le invasioni barbariche. 





Affreschi dell'Abbazia di Saint Savin (fine dell'XI secolo), nella regione di Poitou-Charentes."il supplizio della ruota", "l'Arca di Noè", "La torre di Babele e la divisione delle lingue". Una vasta opera d'arte che rappresenta scene dell'Antico Testamento (patrimonio dell'umanità). Come ben si intende, sulla scelta dei soggetti non c'era molta creatività (lo dico ironicamente), si stava sempre sulla religione. Ma intanto lo spirito costruttivo degli artisti era già all'opera: osservate la composizione e la struttura di queste opere senza scendere nei dettagli. Scoprirete la loro architettura e il sapiente rapporto tra chiaro e scuro.


A Venezia, la Basilica di San Marco, eretta per ospitare le spoglie del Santo Protettore; gli interni con gli antichi mosaici e gli affreschi della Cupola con le storie della Genesi, realizzati da artigiani bizantini. La loro lavorazione, iniziata nel XII secolo, è durata più di cent’anni. Se l'obiettivo era celebrare la Gloria di Dio, direi che qui è perfettamente raggiunto (bisogna vedere questa cupola dal vivo almeno una volta nella vita)


 

Uno degli affreschi romanici universalmente più celebri è Cristo in Maestà (Majestas Domini 1123), opera realizzata nel 1123 per decorare la Cupola di San Clemente, nella spagnola città di Tahull, ed attualmente conservato al Museo d'Arte di Catalogna. Un capolavoro che risplende per l'intensità dei colori e la purezza del bianco, in una composizione magistralmente armoniosa.




Cattedrale di Anagni (tra il 1231 ed il 1255). Guardate com'erano bravi, pur disponendo di pochi pigmenti.
 
 
Frontale dell'altare,  La Seo d’Urgell o de los Apóstoles, Catalogna (1150). La simmetria, secondo i principi della psicologia della gestalt, ci rassicura e ci armonizza. Questi artisti spagnoli hanno impresso questa bella simmetria che dà equilibrio assoluto all'opera "mostrando" l'equità e l'armonia.

sabato 16 gennaio 2021

Quando stavamo per restare senza arte. Cristianesimo e arte Bizantina

L'Impero romano d'Occidente nel corso dei primi secoli dopo Cristo comincia a sgretolarsi e si fa terminare per convenzione nel 476, anno in cui il generale degli Unni Odoacre depone l'ultimo imperatore, Romolo Augusto.  La caduta dell'Impero romano d'Occidente è stabilita come l'inizio del Medioevo. La vita dell'Impero romano d'Oriente si protrarrà invece fino al 1453. Questo spostamento dell’epicentro dell’impero coincide anche con la diffusione del Cristianesimo che partito dalla clandestinità, si diffonde progressivamente.

Dal punto di vista filosofico e del pensiero in generale, il periodo è di un interesse incredibile perché se è vero che la diffusione del cristianesimo comincia a permeare tutta la società con i suoi principi e i suoi dogmi, è anche vero che il pensiero greco, la filosofia e la logica, che attribuivano al pensiero umano la capacità di indagare autonomamente e di percorrere la strada verso la verità delle cose, si è affermato saldamente e non può più essere escluso dalla vita degli uomini.
Come questi uomini dell’antichità riuscirono a far convivere i dogmatismi cristiani derivati dall’ebraismo e la libertà di pensiero introdotta dai greci? Questo compito difficilissimo fu sviluppato dalla Patristica, cioè il pensiero degli antichi padri della Chiesa, che fu il primo tentativo di fusione fra la tradizione ebraica e la filosofia greca. Al centro di tutto c’è Dio, ma c’è anche il logos, concetto chiave della filosofia greca, che era “pensiero” e fondamento universale del mondo, che riconduceva la realtà terrena ad un principio intellettivo ideale, in cui risiederebbe la vera dimensione dell'essere. 

Si cominciò a identificare il Cristo incarnato con il logos dei greci, termine che egli trovava adoperato nel prologo di Giovanni. Si arrivò a sostenere che Dio aveva dato la filosofia ai Greci  come un Testamento loro proprio. La tradizione filosofica greca, quasi al pari della Legge mosaica per gli Ebrei, è ambito di "rivelazione": sono due rivoli che in definitiva vanno verso lo stesso Logos. In questo panorama troneggia la figura gigantesca  di Agostino da Ippona (Sant’Agostino) che ritengo senza dubbio uno dei più grandi geni di tutti i tempi. Chiedo scusa se mi dilungo su un aspetto filosofico (non intendo farlo per tutte le trattazioni successive) ma qui si tratta di un passaggio cruciale che avrà riflessi su tutta la nostra arte. C’è infatti un passaggio fondamentale nel libro XV della Trinità di Agostino che si intitola “Somiglianza del Verbo divino al nostro verbo interiore” che secondo me è all’origine della semiotica moderna: “il verbo che risuona al di fuori è segno del verbo che risplende all’interno e che, più di ogni altro, merita tale nome di verbo. Perché ciò che pronunciamo materialmente con la bocca è voce del verbo e si chiama anch’esso verbo in quanto serve al verbo interiore per apparire all’esterno. Il nostro verbo infatti si fa in qualche modo voce del corpo servendosene per manifestarsi ai sensi umani, alla stessa maniera che il Verbo di Dio si è fatto carne”. A mio avviso in queste parole di importanza capitale c’è l’anticipazione di ciò che in epoca moderna sosterranno Heidegger e anche la programmazione neurolinguistica, e cioè l’ammissione del fatto che noi umani con le nostre attività non siamo soltanto “creativi” ma  “creatori”, cioè fabbrichiamo il mondo.
Credo (forse un po’ arbitrariamente) che furono proprio concetti di questa natura a permettere le prime manifestazioni culturali ed artistiche della cristianità in cui l’uomo smette di essere solo spettatore e strumento del volere divino, ma come l’uomo greco e romano, comincia ad essere “autore”.

Questa attività comincia molto timidamente: le prime pitture paleocristiane sono molto povere e artigianali. Le loro forme erano in gran parte mutuate dalle immagini pagane (si pensa addirittura che i primi artisti realizzassero indifferentemente immagini pagane e cristiane). Con la fine delle persecuzioni, dal 313, la pittura si fa più ricca, ad imitazione degli esempi contemporanei di pittura profana.Vige però l'aniconismo, il divieto assoluto di raffigurare Dio. Si ricorre quindi all'uso di simboli per alludere alla divinità: il sole, l'agnello, simbolo del martirio di Cristo, o il pesce, il cui nome greco (ichthys) era l'acrostico di "Iesus Christos Theou Yos Soter" ("Gesù Cristo Salvatore figlio di Dio"). Per analogia, mi ricorda la scritta “W Verdi” che comparve sui muri di Milano e Venezia durante il Risorgimento, che oltre ad inneggiare al grande musicista, significava anche “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”. Altre immagini simboliche sono quelle che non rappresentavo avvenimenti ma suggeriscono un concetto: il Buon Pastore (filantropia di Cristo), l'orante, (sapienza). Anche queste riprese da immagini pagane.
La mancanza di interesse verso la "descrizione", porta a una standardizzazione delle scene simboliche, con un progressivo appiattimento delle figure, la raffigurazione frontale e la mancanza di senso narrativo. La prima arte cristiana si occupa solo del mondo spirituale, è completamente disinteressata all'armonia formale e alla verosimiglianza.

Nel 330 Costantino (306-337) fonda la nuova capitale dell’Impero Romano a Bisanzio. Per un po’ era stato indeciso tra Sardica (Sofia), Tessalonicca (Salonicco) e Troia.  La fondazione della nuova capitale apre il cristianesimo all'influsso dello spirito greco che contrariamente al giudaismo, aveva un'ampia tradizione artistica con radici nell'antichità. I cristiani cominciarono a decorare i luoghi di culto, e il passo successivo fu inevitabilmente la rappresentazione del sacro.  In particolare, nella chiesa orientale le immagini finirono per non avere solo una funzione decorativa, ma stavano al centro della vita liturgica e col tempo attorno ad esse cominciò a svilupparsi un vero e proprio culto. Fino al VI secolo il cristianesimo assorbe la produzione artistica di Roma, Alessandria d'Egitto, Efeso e Antiochia, ossia il linguaggio artistico dell'antichità, per elaborarlo e trasformarlo in un genere adatto soprattutto al suo mondo spirituale ma anche a quello imperiale.
Se però osserviamo i primi esperimenti artistici paleocristiani, notiamo che il Cristianesimo non ha alle spalle una sua tradizione artistica. L'ebraismo che è all'origine del cristianesimo evitava le rappresentazioni del sacro e del divino, ma possiamo affermare che evitava le rappresentazioni visive in genere. La civiltà ebraica è tutta nel logos. La rappresentazione del linguaggio attraverso l'alfabeto (che nell'ebraismo ha profondi radici simboliche e nasce dai riferimenti iconografici degli antichi alfabeti paleo-sinaitici, fenici ecc.) è ampiamente sufficiente a rendere manifeste tutte le esigenze rappresentative e speculative. Anche il cristianesimo primitivo o "paleocristiano" rifiuta la rappresentazione della realtà e soprattutto del divino e, come abbiamo già detto, "torna" alle origini della rappresentazione facendo ricorso ai simboli (pesce, ancora, agnello, ecc.) evitando la rappresentazione figurativa di Dio e della divinità.
Su queste basi, nel corso del secolo VIII si sviluppò il movimento dell’iconoclastia, basato sul concetto che la venerazione delle icone fosse una forma di idolatria detta iconodulia.

I papi di Roma si schierarono contro la politica iconoclasta dell’imperatore bizantino Leone III, ma persero terreno quando l’imperatore sottrasse al controllo ecclesiastico di Roma l’Italia meridionale e l’Illiria (la parte occidentale della penisola balcanica).
Costantino V (740-775), successore di Leone III, continuò la politica iconoclasta del padre, e per conferirle massima autorità, convocò un sinodo a Hieria, nel 754, presso Calcedonia, che condannò il culto delle immagini, definita una vera e propria eresia. Nessuno degli altri patriarcati della cristianità (Roma, Alessandria, Gerusalemme, Antiochia) accettò queste decisioni.
La politica iconoclasta di Costantinopoli cambiò quando, dopo la prematura morte di Leone IV (780), divenne reggente del minorenne Costantino VI la madre Irene, favorevole al culto delle immagini, che infine convocò un concilio a Nicea (787), riconosciuto come ecumenico, che decise la netta differenza tra venerazione delle immagini, ammessa, e adorazione, assolutamente rifiutata, perché solo Dio può essere adorato. Fu chiarito inoltre che la venerazione delle immagini significa la venerazione delle persone rappresentate e non delle icone materiali in quanto tali.
In seguito al Concilio di Nicea, l’arte bizantina (che inizia dal 330 e si protrae fino al 1453) canonizza una certa tipologia di immagini sacre che furono quelle universalmente diffuse in tutto il mondo cristiano e che influenzarono gran parte delle immagini sacre del medioevo. 

Santa Sofia a Costantinopoli (Istanbul) , inaugurata nel 537 d.C. - Tempio dell'antichità cristiana, decorazioni parietali a mosaico. Quindi non si tratta di vera pittura, ma il viaggio della rappresentazione visiva riparte da qui. I pavoni e gli altri uccelli hanno una stilizzazione da arte moderna, fanno pensare all Art Nouveau, a Matisse. Gli accostamenti cromatici hanno un sapore orientaleggiante. Tutte influenze greche e mediorientali che i cristiani "nostrani" non si sarebbero mai permessi!


Le principali opere di arte bizantina sono realizzate con la tecnica del mosaico, che proprio a Costantinopoli assunse le più suggestive caratteristiche. Il mosaico utilizza tessere vitree policrome  e si presta bene a realizzare gli ideali dell’arte bizantina, poco interessata  alla rappresentazione realistica. L’ideale, tutto pervaso di religiosità, è quello di rappresentare il soprannaturale;  questo è uno dei motivi dell’anti-plasticità e l’anti-naturalismo. Le figure sono piatte, bidimensionali e molto stilizzate, quasi una ripetizione di moduli narrativi, poco interessati alla ricerca e alla creatività artistica e preoccupati più che altro di mostrare monumentalità e astrazione soprannaturale, attraverso la ricerca di “smaterializzazione” dell’immagine . L’obiettivo è quello di descrivere le aspirazioni dell’uomo verso il divino

 

Il Buon Pastore, Galla Placidia a Ravenna, circa 450 d.C. Anche se in questa immagine c'è una certa tensione nella figura, la povera arte bizantina è ben lontana dalla plasticità dei greci e dei romani, anche a causa dei limiti tecnici del mosaico. Anche se, a ben guardare, sarà si un personaggio evangelico, ma ha ancora qualcosa della divinità agreste pagana. O mi sbaglio? Comunque torno a dire che in questo periodo erano ben distanti dalla preoccupazione del rappresentare correttamente. Le immagini vanno intese come emblemi della liturgia oppure di episodi del Vangelo. Più che essere pittura, sembrano "logos" tradotto in immagini.


 
La superstar dell'epoca bizantina è lei: Teodora. Situata a S. Vitale, (Ravenna, VI secolo). Non vi sembra all'origine di tutte le immagini dei santi, e anche degli arcani dei Tarocchi? E' un semplice mosaico, ma lei è veramente umile e maestosa. Ci fissa negli occhi come faranno  molti altri ritratti nei successivi 1500 anni! (e come già facevano i visi del Fayum... vedi il post precedente)
 
 
 
Cappella Palatina, Palermo, Natività (XII secolo). Guardate questa meraviglia di composizione e di tonalità cromatiche che ci mostra come ormai siamo ben lontani dalla "narrazione" (ormai lo dicono tutti, lo posso dire anch'io) pagana e dell'impero romano. Qui non c'è prospettiva, c'è un sopra e un sotto... e in mezzo c'è la Madonna avvolta in una specie di bozzolo da baco da seta, collegato direttamente con l'Altissimo. C'è una natività, un battesimo. Non c'è un tempo unico, il quadro è un racconto della natività scritto in immagini. Il guazzabuglio che c'è in giro mi fa pensare a Hieronymus Bosch. Dal punto di vista stilistico io ci sento già un certo profumino di gotico, ma naturalmente è solo un'impressione.
 
 

 

Cattedrale di Monreale a Palermo (1180). Questo Cristo Pantocratore (eh, si chiama così) si avvale della cupola per estendere il suo abbraccio verso i fedeli e alza la mano destra in segno di benedizione. Il suo sguardo è severo e benevolo nello stesso tempo, ma... guarda altrove. Sul libro che porta nella mano sinistra c’è scritto: “Io sono la luce del mondo” chi mi segue non cammina nelle tenebre”. Con la mano destra compie il gesto della benedizione. Tre dita avvicinate a simboleggiare la trinità e l’unità di Dio. L’indice e il medio rappresentano la dualità, umana e divina.  Il Cristo Pantocratore è un modello iconografico tipico della tradizione bizantina e ortodossa.

Le radici nell'impero

 Ovviamente per rimanere nel nostro tema e per non disperdere all’infinito la nostra passeggiata nell’enormità delle testimonianze romane, limitiamo la nostra osservazione alla sola pittura. Le pitture romane sono di un fascino e di una modernità quasi sconcertante, soprattutto se si confrontano con le successive opere della cristianità.
Confesso che quando ho cominciato questa paziente raccolta di opere di tutte le epoche ho affrontato la pittura romana in modo un po’ sbrigativo: non ne sapevo molto e pensavo di cavarmela con qualche informazione ufficiale. Ma più ti addentri nell’arte romana più aumentano le scoperte meravigliose e più scopri che i romani avevano già inventato gran parte delle cose che troveremo nella storia dell’arte, come per esempio la figura di 3/4 la cui invenzione viene attribuita a Van Eyck, o la prospettiva aerea (dissolvenza dei colori lontani) che molti attribuiscono agli impressionisti. (oppure anche la testa di cavallo nella villa dei Dioscuri che sembra quella dell’incubo di Füssli). Certamente ai romani non mancavano le possibilità: avevano a disposizione ogni cosa proveniente dai quattro angoli della Terra e incameravano le culture dei popoli su cui dominavano, arricchendosi continuamente di nuove conoscenze. Nell’arte romana ci vengono in mente in primo luogo le architetture e le sculture. Oggi le vediamo tutte bianche, ma i romani (e prima di loro i Greci) le dipingevano, e dovevano avere un aspetto ben diverso da quel biancore asettico che per noi contraddistingue la classicità. Ma, anche se le statue erano dipinte, noi ci siamo posti come obiettivo di parlare della pittura vera e propria, che ancora ci racconta il colore dell’epopea imperiale.
Le prime che mi vengono in mente sono gli affreschi parietali città vesuviane di Pompei, Ercolano e Stabia che si sviluppano  a partire da II secolo a.C. e finiscono con la famosa eruzione del 79 d.C.
Con tutta probabilità la prima pittura romana è anch’essa religiosa (anche se la religiosità pagana e politeista era qualcosa di completamente diverso, forse opposto alla nostra idea di spiritualità) e riguardava la decorazione dei templi, mutuando i suoi moduli narrativi dai Greci e dagli Etruschi. Ma ben presto i romani trasferirono la pittura parietale alle case private. La tecnica prevalente è quella dello stucco, un impasto di calce spenta e polvere di marmo, che una volta terminata l’asciugatura si trasforma in un supporto resistente e duro (carbonato di calcio). Se applicato a spatola poteva diventare compatto e lucido, simile al marmo e infatti era utilizzato come imitazione del marmo, non sempre facile da trovare. La “pittura” vera e propria si afferma con la tecnica dell’affresco (pigmenti diluiti in acqua e applicati sull’intonaco ancora fresco), della tempera e dell’encausto, in cui i pigmenti erano miscelati con vari tipi di leganti come l’albume d’uovo, la cera .

La storia dell’arte è solita dividere la pittura romana in quattro stili: Lo stile strutturale (dal II a I secolo a.C.) prevalentemente diciamo "artigianale" che imitava il marmo e si rifaceva a moduli ellenistici; lo stile architettonico (dal I secolo a.C. al I d.C.), che è un antesignano del nostro trompe l’oeil, che  decora le pareti con prospettive, personaggi e paesaggi;  Lo stile ornamentale (I sec. d.C.), che non vuole ingannare l’occhio, ma si limita a decorare le pareti con pitture di persone e paesaggi eseguiti con poche pennellate ed elevata tecnica; Lo stile fantastico, contemporaneo al terzo, ma più ricco, più colorato e più incline all’invenzione, alla decorazione e alla celebrazione del fasto.
 

Quello che stupisce di più, specialmente a partire del secondo stile, è l’immediatezza del segno, la tecnica raffinata, il gusto e il divertimento ma soprattutto la presenza di una ampia gamma di colori. Ci vorranno secoli per poter ritrovare questa ricchezza cromatica. Certamente l’impero Romano, data la sua sconfinata dimensione,  aveva una disponibilità di pigmenti che sarà poi irraggiungibile per molto tempo.
Dobbiamo infatti ricordare che tra le cose più complicate nella realizzazione artistica, almeno fino al 1800, c’è il reperimento e la realizzazione dei colori. Per tutti i pittori dell’antichità i colori andavano fabbricati mettendo insieme quattro elementi: solventi, leganti, pigmenti e cariche.
I solventi (tra cui l’acqua occupa il primo posto) servivano a sciogliere le polveri e rendere fluidi gli impasti cromatici; i leganti (in un primo tempo latte, uovo ed altri di derivazione animale) servivano a tenere insieme le miscele e a renderle adesive sul supporto; i pigmenti fornivano il colore e le cariche (polveri di calce, di marmo, di terra) servivano a dare “sostanza e corpo” (massa) alle miscele da applicare.



1 - Ritratti del Fayum - su tavole in legno (dalla fine del I secolo a.C. alla metà del III secolo d.C.)

Non faccio per dire, ma si fa fatica a credere che sia un dipinto così antico. Provante a confrontarla con tanta ritrattistica dell'Ottocento e del Novecento e vedrete che già molte cose sono qui. . Il close-up, la posa con le spalle di tre quarti, l'intensità sensuale che però ti guarda austera e non provoca, l'illuminazione a macchie di colore e a pennellate veloci. Se vi piace, cercate in rete altri ritratti funerari del Fayum... una galleria di capolavori!

2 - Tomba del tuffatore Paestum (470 a.C.)

Anche qua sembra esserci già tutto: il controluce, i fumetti, le sagomine segnaletiche, Matisse, il minimalismo nel dipinto, l'astrazione fantastica dell'attimo sospeso da una polaroid. Cinque secoli prima di Cristo, eh?


 

3 - Diana - affresco  I secolo a.C. - Quando vi diranno che Van Eyck ha inventato la figura di 3/4 ricordatevi dei Romani e di questo dipinto. E ricordatevene ogni volta che arriverete in una piazza e vedrete la statua di un qualche eroe o condottiero.


 

4 - Scena della flagellazione e termine del rito - Villa dei misteri Pompei (circa 60 a.C.)

Pensare che i romani fossero già arrivati a questo punto nella composizione dell'immagine, nel dinamismo e nella tensione che esprime, nel riprodurre la figura umana in pose che ci sembrano modernissime. Fa parte di una serie di scene che sono i momenti di un rito. Cose religiose. Pensare che tra un po' ci aspetteranno secoli di facce di santi impalati e di tinte molto meno chiassose.



5 - Villa di Livia, Roma, via Flaminia (20 a.C.) 

Quando parleremo della prospettiva aerea data dai colori sbiaditi all'orizzonte (una delle tecniche degli impressionisti) ricordiamoci di quel tenue dileguarsi del sottobosco che sfuma in un indistinto e sconosciuto regno di Pan. Quando parleremo di pennellate rapide e veloci, di pittura gestuale e della fine della "pennellata accademica" dell'Ottocento, ricordiamoci queste palme e queste foglioline.
 

 


6 - Domus Aurea - Nerone - (60 d.C.)

No comment. Quasi un prototipo di tutti i gruppi celebrativi in pittura, da Piero della Francesca aa Delacroix, questa ricerca nel mettere insieme le persone e dare alla composizione equilibrio, movimento... sembra una scena in un locale disco.





7 - Flora (la primavera), Stabia (I sec. d.C)

Ci vorranno secoli prima che un dipinto torni a voltarci le spalle. Guardate con quale leggerezza pesta il prato questa fanciulla in posa liberty, ma con duemila anni di anticipo. Sicuramente sta camminando nella storia per andare a piazzarsi in un dipinto di Botticelli. Guardate il movimento della figura. Guardate come, nonostante tutto il corpo sia nascosto praticamente da un pasticcio di colori bianco, celeste e giallo, si coglie perfettamente la torsione della ragazza che si volta a cogliere il fiore mentre sta camminando e il suo sguardo che sta proprio guardando il fiore, nonostante tutto ciò sia perfettamente nascosto.

 

8 - Saffo, affresco 59 d.C.

Questa poetessa pensosa, incorniciata da un tondo come le formelle rinascimentali e come i ritratti delle nonne del primo Novecento, pensa con la penna in bocca, come nelle foto contemporanee. E quella figura che ci guarda, quasi distolta dal suo lavoro, ha già dentro i prodromi della Gioconda e dei dipinti di Rembrandt, i la donna delle carte e le cover girl dei giornali di fashion... Esagero? Può darsi, ma questa breve carrellata giustifica i fatto che le invenzioni artistiche dei romani avranno una vita ben più lunga del loro fulgido impero.



venerdì 15 gennaio 2021

Qualche considerazione necessaria (prima della passeggiata nell'arte)

 

 

Perché ci piace l’arte? Uno studio condotto da Enzo Grossi, docente di Qualità della vita e promozione della salute all’Università di Bologna, ha provato scientificamente a dare una risposta: guardare l’arte riduce sensibilmente il livello del cortisolo, l’ormone che viene prodotto quando siamo sotto stress e che a lungo andare diventa pericoloso per la salute. Questo per chi ama le documentazioni scientifiche. Ma anche senza scomodare i test di laboratorio, bastano i dati Istat (quelli pre-pandemia, ovviamente) per capire che l’arte era e tornerà ad essere una meta molto apprezzata: l’Italia vanta 4.908 tra musei, aree archeologiche, monumenti ed ecomusei aperti al pubblico. Ci sono 3.882 gallerie o raccolte di collezioni. nel 2019 oltre 128 milioni di persone hanno visitato il nostro patrimonio artistico e culturale. In Francia è ancora meglio:  il Louvre ha circa 10 milioni di visitatori l’anno, il Musée d’Orsay ne ha, da solo, un po’ meno di 5 milioni. In tutta Europa, e nel mondo, le visite ai luoghi d’arte registrano un interesse permanente e crescente. Perché questo fiume di persone insegue l’arte?

Il saggista svizzero Alain De Botton ha fondato a Londra la “School of life”, un istituto che cerca di dare un senso di orientamento e saggezza per la vita con l’aiuto della cultura. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia  “L’arte come terapia. The school of life”, afferma che l’arte migliora la vita. In pratica è una medicina. Ma come agisce? In primo luogo l’arte incrementa l’ottimismo: abbiamo bisogno del contatto con le cose belle, l’arte ci aiuta a vincere i problemi che provocano depressione e tristezza. Poi il vedere l’arte ci fa sentire meno soli. Alcuni capolavori dell’arte hanno la capacità di rendere visibili a tutti il dolore che c’è dentro di noi. Paradossalmente questo fatto ci consola, perché ci dà la consapevolezza che il dolore è parte della condizione umana. 

Aggiungo che l’arte aiuta il nostro equilibrio: la vita ci rende meno armonici, squilibrati: a volte siamo troppo intellettuali oppure troppo emotivi, troppo calmi o troppo inquieti. L’arte riempie le nostre mancanze e controbilancia quello che siamo; ci dà qualcosa che ci manca, qualcosa di cui abbiamo bisogno, come gli integratori alimentari. Quindi ci rende più completi, più equilibrati e più sani. Altro fatto rilevante: l’arte ci aiuta, o meglio ci insegna ad apprezzare le cose, anche quelle banali, perché ci mostra la bellezza e la magia presente anche nelle cose ordinarie. Gli artisti evidenziano il valore delle cose, ci mostrano il fascino nascosto delle cose che guardiamo distrattamente. E ancora: l’arte è un catalizzatore delle spesso trascurate emozioni umane, che attraverso l’arte diventano attraenti e accessibili.  L’arte è una forza che sostiene il lato migliore della natura umana, lo rafforza e lo aiuta in un mondo sempre più distratto e rumoroso. 

Su richiesta di un gruppo di amici, che quando andiamo insieme a visitare mostre o musei mi dicono sempre: ma come spieghi bene, come racconti bene… mi accingo quindi (nei prossimi post) a fare questa passeggiata nell’arte, e in particolare nell’arte dell’ottocento, nell’arte moderna e in quella immediatamente successiva, anche se non trascurerò ciò che la precede. Il consiglio che do sempre a chi mi chiede come imparare qualcosa sull’arte è di provare a farla. Senza pretese, per divertimento, ma ponendosi qualche obiettivo e cercando di raggiungerlo. 

C’è differenza tra lo spettatore e il praticante, perché il praticante comincia a “guardare” mentre lo spettatore magari si accontenta di vedere. Chi si pone nella posizione del fare, molto spesso guarda ciò che è già stato fatto con un occhio diverso, e magari apprezza di più i risultati e coglie dei particolari che al semplice spettatore sfuggono. Ma è anche vero che vedere è estremamente stimolante, e spesso fa venire la voglia di fare, pur nella consapevolezza che i capolavori dell’arte sono lontani anni luce, per tecnica o per intuizione, dalle possibilità di molti praticanti. Questo è comunque un suggerimento per tutti, prima di incamminarci in questa lunga galleria di immagini dove cercheremo di guardare molto e di parlare poco, il minimo indispensabile.
Per intenderci meglio, parleremo di tutto, a cominciare dall’antichità, ma quello di cui parleremo in particolare è l’arte che va dagli inizi dell’800, quella di grandi pittori come Turner, Friedrick e Delacroix, fino alcune delle correnti moderne, per poi sfumare, con un po’ più di distacco, verso le post-moderne, quelle che hanno popolato, con esperimenti molto diversi tra loro, la fine del ‘900.

La prima premessa che voglio fare è che io non sono uno storico dell’arte, sono un modesto praticante e non sono neanche una persona eccessivamente colta. Quindi chi vuole degli approfondimenti e delle spiegazioni dotte farà meglio a rivolgersi ai professionisti, ai molti bravissimi storici e critici di cui l’Italia ha molti esponenti.
Ma a mia discolpa posso portare un argomento un po’ semplicistico, ma efficace: chi può definire meglio una ragazza? il suo innamorato o il suo medico curante? Sicuramente il suo medico la conosce meglio, ne valuta i parametri vitali, conosce la sua fisiologia, e se la conosce da tanto tempo è in grado anche di tracciarne un significativo profilo psicologico e comportamentale. Ma il suo innamorato ci parlerà di lei con quell’entusiasmo e quella partecipazione un po’ acritica che però magari sa mettere in risalto quello sguardo intenso e pieno di desiderio che caratterizza gli innamorati e non i medici curanti, aggiungendo la considerazione che alcuni critici o storici dell’arte (non tutti, ovviamente) mi hanno spesso dato l’impressione di non amare molto l’arte in generale o addirittura di non amarla affatto, di guardarla con idee preconcette e di studiarla come si studia un bilancio o una statistica.

Il primo tema che vorrei affrontare è il motivo per cui questa arte tra Ottocento e Novecento piace e interessa così tanto al grande pubblico. Una prima risposta, forse la più semplice, è che questa arte è quella culturalmente più vicina a noi, e quindi la più accessibile. Non possiamo nascondere l’incommensurabile successo delle mostre che celebrano correnti come l’impressionismo, i macchiaioli e in generale grande la pittura figurativa moderna. Poi, per un pubblico un po’ più giovane, possiamo anche vedere l’interesse per le sperimentazioni post-figurative, il passaggio dell’arte significante all’arte significata, ovvero quell’atteggiamento in cui l’arte smette di essere il tramite per rappresentare qualcosa di esterno e comincia semplicemente
a rappresentare se stessa. A collocarsi cioè nella realtà non più come strumento per rappresentare un oggetto una persona, un paesaggio, un albero, ma a porsi lei stessa come oggetto che rappresenta se stesso, con la stessa dignità di un albero o di una persona.

Ma forse il motivo per cui questa arte ci piace e ci interessa così tanto è che probabilmente si tratta dell’unica espressione umana veramente libera, dell’unica arte che, nel lungo corso della storia, non è stata eseguita su commissione, per celebrare la divinità, una potente casata nobiliare, un regno, un impero o un gallerista. Dobbiamo infatti ricordare che, salvo episodiche eccezioni, tutta l’arte antica è stata arte realizzata da maestri che venivano convocati da papi, prelati, principi o granduchi per glorificare la divinità, i santi oppure, più tardivamente, regnanti e governanti.
Anche nell’arte moderna questo meccanismo di mercificazione dell’arte si è riproposto. Da quando critici e galleristi sono diventati imprenditori, gli artisti sono tornati ad essere “fornitori”, spesso costretti ad eseguire lavori in ottemperanza a leggi di mercato più che a un intimo desiderio espressivo. Invece, quella che possiamo definire arte “libera” riguarda un periodo abbastanza ristretto, che include un po’ dell’Ottocento e un po’ del Novecento. Quell’epoca in cui l’urgenza dell’artista rispondeva a un bisogno interiore, e per soddisfare questo bisogno l’artista era perfino disposto ad una vita misera, da emarginato o da bohémien. Naturalmente anche nella contemporaneità esistono artisti così, ma - a meno che non siano molto fortunati - non sono destinati a diventare famosi e a lasciare un segno nella storia dell’arte.  

Oggi assistiamo prevalentemente a vicende “artistiche” in cui un artista, una volta assunta una sua cifra identificativa di successo, è praticamente costretto a replicare quella certa immagine riconoscibile di sé, ad auto-referenziarsi continuamente in una specie di continua auto-citazione, come un prodotto di consumo che tende a mantenere la sua permanenza e invariabilità, quella per cui i suoi consumatori lo riconoscono e lo apprezzano. Se la Coca-Cola decidesse all’improvviso di cambiare gusto, colore o packaging, perderebbe probabilmente la fedeltà di consumo che l’ha resa grande.
E’ un meccanismo che non piace a molta critica “purista”, ma è purtroppo una legge che si autoalimenta. Se per esempio i Pink Floyd avessero deciso di continuare la strada di musica sperimentale che ha caratterizzato gli inizi della loro carriera, quella agognata da Syd Barret, probabilmente oggi non avremmo a disposizione quel fenomeno mondiale che è la storia dei Pink Floyd; avremmo soltanto una serie di pezzi, magari molto interessanti per poche persone, ma non ci sarebbe quella “universal picture”, quell’identità così chiara e così affermata che piace a milioni di persone e che ci fa riconoscere i Pink Floyd in ogni pezzo.

Poi c’è un altro argomento su cui è necessario fare una piccola premessa. Quando un quadro ci piace? Quando lo “capiamo”. Molte persone rifiutano grandi pezzi di arte moderna con  un argomento inequivocabile: non la capisco, non mi dice niente. Di fronte a una considerazione del genere c’è ben poco da dire. La percezione visiva non ha bisogno di mediazioni culturali. Un’immagine entra nel nostro occhio, scorre come corrente elettrica lungo il nervo ottico e atterra nella corteccia visiva. Quando poi l’immagine viene decodificata dal cervello, le nostre esperienze, la vita che abbiamo vissuto, le nostre opinioni e i nostri gusti la ascrivono alle cose che ci piacciono o non ci piacciono. Ma qui bisogna aggiungere che una parte del segnale visivo finisce nella corteccia, ma un’altra bella fetta di quel segnale a un certo punto devia e raggiunge l’ipotalamo, quella famosa ghiandola che comanda epifisi e ipofisi e regola un bel po’ del nostro metabolismo. Quindi qualcosa succede in noi indipendentemente dal fatto che una cosa ci piaccia o non ci piaccia. Un quadro che non amiamo può ugualmente portare dentro di noi un messaggio di equilibrio e di armonia, e un quadro che magari ci cattura e ci interessa può lavorare nel nostro inconscio provocandoci una certa instabilità. Certamente anche questi effetti concorrono alla fine nella nostra valutazione, ma non sempre ne siamo consapevoli.

Aggiungo un altro fatto: che il nostro cervello è tendenzialmente un po’ pigro, tende ad apprezzare ciò che conosce e a rifiutare ciò che gli è estraneo. E’ un po’ la stessa cosa che succede a molta gente che odia o disprezza gli stranieri che arrivano nel nostro paese: non ne sappiamo niente, non conosciamo la loro lingua, hanno comportamenti e stili di vita molto diversi dal nostro e questo ci infastidisce. Però poi, può accadere che, per scelta o per necessità, si avvii un dialogo con qualcuna di queste persone. Cominciano a raccontarci chi sono, com’era la loro vita prima di arrivare qui, cosa hanno lasciato, come sono stati ricevuti, cosa mangiavano e cosa mangiano, quali sono le loro paure e le loro speranze. Allora di solito si crea una specie di inversione di tendenza: quella persona comincia a piacerci, o almeno smette di non piacerci. Le informazioni che abbiamo ricevuto fanno cambiare il nostro giudizio. Anche nell’arte funziona così. A volte conoscere il contesto in cui un’opera è stata creata, quali erano le istanze dell’artista, quale messaggio vuole mandarci, ci aiuta a trovare motivi di apprezzamento che la semplice percezione visiva non ci aveva fornito. Si potrà obiettare che il rapporto con un’opera deve essere immediato, senza bisogno di spiegazioni. Che non abbiamo bisogno di nessuna spiegazione: ci piace o non ci piace. E’ un nostro sacrosanto diritto, come è un nostro diritto chiudere la porta in faccia a un forestiero. E’ un nostro diritto rifiutare le informazioni necessarie per un cambiamento.  

Queste informazioni, relativamente all’arte e a molte altre cose, si chiamano “cultura”. E’ un sacrosanto diritto quello di rifiutare la cultura, ci mancherebbe. Ai tempi che corrono, addirittura questo rifiuto è diventata un paradosso di democrazia. La cultura è per le élite, è una cosa da snob, da salotti inconcludenti. Però la conoscenza ci aiuta a interpretare la realtà, ci aiuta a vivere e a capire. Così succede che i più umili accettino l’idea di non saperne abbastanza e sentano il bisogno di saperne di più, e così si verifica quella famosa frase contenuta nel Vangelo che dice “gli ultimi saranno i primi”. Chi non si accontenta di quello che sa e ha fame di sapere, man mano scopre che quel gesto di umiltà gli squaderna davanti scenari inimmaginabili, la sua anima si amplia, i suoi pensieri non si ripresentano sempre uguali come un disco rotto, ma spaziano verso dimensioni inaspettate, aprono sentimenti nuovi, considerazioni che ci trasformano e ci rendono migliori.
Io sono cresciuto in una Italia in cui la cultura aveva ancora un valore per tutti. Quasi nessuno diceva “non voglio”, anche se molti dicevano “non posso permettermelo” e faceva di tutto per recuperare questa impossibilità.

Oggi invece la cultura è passata in secondo piano, molti preferiscono spendere i loro soldi e il loro tempo per l’estetica del corpo: capelli, unghie, abbigliamento, palestra, sport, centri estetici e beauty farm. Labbra finte, guance finte e seni finti. Il corpo ha vinto e la mente ha perso, e questo è avvenuto con la complicità di molti leader, che hanno capito benissimo che più si abbassa la capacità critica degli elettori e dei consumatori, più è facile orientarli, soggiogarli, terrorizzarli o fornire loro soluzioni apparentemente semplici, senza che ci sia una reale possibilità di verifica e di contraddittorio.
Hanno trovato terreno fertilissimo, sfruttando proprio quello che si diceva poc’anzi in relazione alla pigrizia del cervello. Se questa pigrizia viene blandita e avvalorata, le persone sono legittimate a non voler sapere niente di più di quello che già sanno, convinte che quel poco che sanno basti e avanzi per vivere al meglio. Ma se qualcuno riesce a recuperare quel po’di umiltà, trova spazio l’idea che noi diventiamo migliori non soltanto quando riusciamo a sollevare più pesi o a infilare una taglia in meno, ma anche quando riusciamo a decodificare qualcosa dell’enorme patrimonio di meraviglie che la cultura in generale, e l’arte nel nostro caso particolare, ci hanno regalato nel passato e continuano a regalarci nel presente.

Fatte queste poche premesse (in realtà ce ne sarebbero molte altre, ma la nostra promessa è di essere il più possibile leggeri e poco noiosi) siamo quasi pronti per cominciare la passeggiata, ma prima di iniziare non possiamo prescindere da due operazioni preliminari. La prima riguarda una domanda: da dove nasce l’esigenza umana di tracciare dei segni su un supporto? Dove comincia, e per quali motivi, l’esigenza della “rappresentazione”? A quali bisogni risponde? La seconda  cosa che è necessario affermare è che è praticamente obbligatorio non trascurare qualche tappa di avvicinamento alle nostre passeggiate. In pratica, dobbiamo dire che è impossibile parlare di arte moderna e contemporanea senza fare almeno qualche minimo accenno a ciò che l’ha preceduta.
A voler ben guardare, infatti, tutta la storia dell’arte nella sua evoluzione appare come un lungo nastro, quasi senza discontinuità, in cui tutto ciò che accade è in un certo senso una riposta o una reazione critica rispetto a ciò che è successo prima. Come nella storia, anche nell’arte ogni evento è nello stesso tempo un effetto di ciò che è accaduto prima e una causa di ciò che accadrà dopo.

Dunque proviamo  a rispondere alla prima domanda: quando nasce la rappresentazione, e perché? Certamente, se risaliamo alle origini, non possiamo parlare di arte nel senso che noi oggi attribuiamo a questo termine, e cioè una professione esercitata da una specifica categoria di lavoratori chiamati artisti, ma se diciamo che l’arte è una attività umana che conduce ad una espressione estetica, allora non possiamo non menzionare le prime testimonianze della preistoria, tra le quali primeggiano le celebri pitture rupestri come quelle per esempio delle grotte di Altamira e di Lascaux, le più famose. Parliamo di espressioni manuali realizzate circa 40.000 anni fa. Quali erano le motivazioni che spingevano i nostri antenati a realizzare quelle pitture rupestri che fortunatamente sono arrivate fino ad oggi? La risposta non è affatto semplice, anche se sembra ormai quasi certo che possiamo identificarle come un atto rituale, come qualcosa che abbia a che fare con la religiosità, la propiziazione, il rito e la dimensione del sacro che è “là in alto”, ma che è anche e soprattutto dentro di noi.

Questo non ci dice molto, perché se leggiamo gli splendidi libri di Leroi-Gourhan, un grande archeologo e antropologo, lui fa un esempio molto chiarificatore sulla difficoltà di interpretare i reperti preistorici. Immaginatevi di dover capire un’opera teatrale dovendola ricostruire dopo un terremoto e analizzando i reperti. Troveremo gli oggetti e i costumi di scena, ma troveremo anche la scopa dell’uomo delle pulizie e l’estintore messo lì dai pompieri per prevenire un eventuale incendio. Per fortuna a descrivere il perimetro di quelle attività c’è un bellissimo libro di Montinari, uno psichiatra e saggista che ipotizza una specie di “protorito” arcaico, una attività che potrebbe essere all’origine della religione, del teatro, della scuola, della competizione sportiva e di molto altro. La creazione di uno “spazio” in cui ciò che avviene è un po’ diverso dalla vita ordinaria. Una specie di attività collettiva che ha un effetto benefico e purificatore e formativo sui suoi partecipanti. Personalmente ritengo molto probabile che le prime pitture rupestri e le incisioni preistoriche siano state realizzate in un contesto del genere.

Se vogliamo analizzarle dal punto di vista formale, non possiamo non notare la straordinaria capacità realizzativa di quei nostri antenati, Una capacità che probabilmente evidenzia un legame profondo con il mondo là fuori, una spontaneità che crea una incredibile capacità tecnica e rappresentativa. Sono particolarmente interessanti perché vedremo che una certa parte dell’arte moderna ha cercato di riappropriarsi di quella immediatezza, di quella capacità di fusione tra il rappresentante e il rappresentato in modo da recuperare questa capacità primordiale di agire senza mediazioni culturali, in cui l’essere primitivo o primordiale è un punto di partenza ma anche un punto di arrivo.
Possiamo quindi dire che le pitture paleolitiche erano “sacre”? Forse, ma certo dobbiamo lasciare la domanda in sospeso, perché tutto ciò che riguarda la preistoria non a ancora avuto e forse non avrà mai delle risposte precise. Ma certamente possiamo dire che l’attività artistica, fin dalle sue origini coinvolge qualcosa che non è semplicemente materiale o fisico, ma ha sempre avuto una dimensione che oggi potremmo definire spirituale, animistica o sovramondana. Possiamo anche dire quasi certamente che l’aspirazione dei nostri antenati non era quella di una semplice raffigurazione rappresentativa, ma aveva sicuramente degli aspetti simbolici. Se infatti risaliamo alle primissime rappresentazioni dell’uomo notiamo che non erano bufali o animali, ma segni astratti: croci, pettini, file di punti, spirali eccetera. Questo ci dice chiaramente che l’uomo preistorico difficilmente aveva un intento meramente figurativo, ma già dalle sue prime manifestazioni esercitava già una qualche forma di astrazione, di significazione che dalla realtà vuole estrarre l’essenza.

Passiamo adesso al fatto che, per parlare di arte moderna e contemporanea, non possiamo tralasciare alcune premesse storiche. Il percorso dell'arte occidentale si afferma infatti come un continuo processo dialettico sul tema del rapporto tra realtà, idealità e rappresentazione. Occorrerà quindi fare almeno un accenno alle scaturigini di questa dialettica e guardare rapidamente alcuni passi salienti di questo percorso. Andando indietro nel tempo, fin dove è possibile ravvisare qualcosa che abbia a che fare con le arti contemporanee, diviene necessario, seppure in modo sommario e velocissimo, "regredire" fin dove è nata questa modalità tutta occidentale di rappresentare la realtà e oltre, rappresentazione che avviene in primo luogo religiosamente, ma poi anche intellettualmente, sentimentalmente, politicamente, eroicamente e in molte altre chiavi comunicative, fino alle sue estreme conseguenze, fino a mettere in discussione l’idea stessa del rappresentare.
La premessa-promessa è comunque quella di affrontare l’arte antica con un rapido volo, per sommi capi, per quel tanto che è indispensabile a ritrovarne i successivi riferimenti.

Molti sostengono, con un po' di approssimazione, che questa occidentalità “moderna” venga formandosi di pari passo con la diffusione del cristianesimo, destinato a soppiantare gran parte dei culti dell'antichità e ad incidere radicalmente sullo sviluppo della civiltà europea e americana. Questo si può dire da un punto di vista storico, nel senso che il cristianesimo fu una vera e propria rivoluzione, un cambio di paradigma (se vogliamo dirla con un termine che oggi va forte) rispetto al mondo antico, al mondo pagano delle religioni politeiste. Il cristianesimo operò un vero e proprio scotoma rispetto all’antichità, fu una specie di rifondazione del mondo. Ma noi ormai sappiamo che le nostre origini più profonde, le radici dell’arte occidentale, affondano nella grecità e nella storia di Roma, e vediamo chiaramente che queste radici nell’arte greca e romana, ma anche in altre civiltà antiche, saranno la linfa che darà poi vita a nuove forme di arte come il Rinascimento, il Neoclassico e molto altro. Gran parte della nostra storia dell’arte si basa su nuovi sguardi verso le tradizioni antiche, e in effetti, come vedremo,  troviamo ricorrenti riferimenti alla classicità, alle pitture romane che a loro volta si rifacevano per gran parte all’arte ellenistica.  

Nel lungo percorso che affronteremo con la necessaria superficialità e con la scarsità di apparati critici ed esplicativi, traverseremo momenti favolosi e poi arriveremo alla contemporaneità, con la netta sensazione di essere arrivati al capolinea. Infatti oggi si potrebbe tranquillamente affermare che l’arte è finita. In realtà non è finita, ma di certo non è più ritrovabile nelle mostre contemporanee e nelle gallerie d’arte, perché negli ultimi decenni l’opera d’arte è diventata qualcosa di completamente diverso da ciò che noi abbiamo raccontato fin qui. Probabilmente, anzi, certamente, l’arte continua a vivere al di fuori dei circuiti commerciali e negli studi di artisti ignoti, non famosi, che proseguono la loro ricerca artistica come percorso privato e personale. Ma di certo il suggestivo meccanismo di presa in giro degli acquirenti messo in piedi dal sistema-mercato dell’arte può essere considerato l’assassinio dell’arte stessa. Il meccanismo è un complesso trade di galleristi, mercanti, venditori, influencer, critici e giornalisti compiacenti, che “decidono” di far lievitare il valore di una puttanata scelta quasi a caso, con un gusto sarcastico che farebbe impallidire perfino quelli di Monty Python. Eppure anche questo paradosso ha le sue origini e la sua legittimità, nata dal sacrosanto diritto degli artisti di reagire e di opporsi a ciò che li ha preceduti, nel rispetto di quella famosa frase di Paul Gauguin quando dice che “l’arte è plagio o è rivoluzione”.

Vedremo che ad un certo punto, all’incirca dagli anni 60 del novecento in poi, l’arte molto spesso ha smesso di essere semplice “pittura” e si è sviluppata su direttrici molto diverse, come l’esposizione di oggetti, la performance corporea, gli interventi sul contesto, la intersezione tra varie forme espressive. In pratica, ha superato tutti i confini tradizionali e ha coinvolto campi che competono tradizionalmente ad altre discipline artistiche e ad altri ambiti, come l’architettura, la musica, la danza, la recitazione, i media di comunicazione. Molto spesso assistiamo oggi a fatti artistici che per essere compresi e apprezzati necessitano non soltanto di “cultura”, ma spesso di veri e proprie istruzioni per l’uso. Da quando il fatto artistico ha cominciato a consistere nell’appendere sacchetti di plastica o palline di carta, a portare nelle gallerie pezzi di legno, mucchi di stracci oppure lamiere reperite in giro, ci è difficile apprezzare le opere senza una informazione dettagliata che ci descriva l’apparato concettuale con cui l’artista ha deciso le sue azioni.  
Visitando anni fa la Biennale di Venezia con un mio collega architetto, camminando in una zona limitrofa ai giardini, ad un certo punto ci siamo imbattuti in um mucchio di macerie. Ricordo che la nostra considerazione fu quella di ammettere che se non riesci più ad operare una distinzione tra un’opera d’arte e un cantiere temporaneamente sospeso, indubbiamente qualcosa deve essersi rotto nel meccanismo che conduce una persona ad esporre un’opera e in coloro che la avallano.
Devo dire onestamente che il mio interesse, forse limitato dalla mia poca cultura, cala molto quando l’opera è incardinata su fredde modalità puramente costruttive che privilegiavano una fruizione di stampo razionalistico, priva di concessioni all'empatia o al godimento estetico. Nonostante ciò ci occuperemo anche di queste nuove forme di arte, ma con un maggiore distacco, non per un giudizio critico, ma per una premessa tecnica: qui noi dirigiamo il nostro interesse alla pittura, alla grafica, al disegno e alla stesura del colore, nell’intento di esplorare le possibilità dell’arte visiva in senso bidimensionale e nella convinzione che la grande sfida sia quella di superare tutti i limiti possibili rimanendo però fedeli al supporto piatto che ospita l’opera. Vorrei limitare il nostro sguardo a questa sfida e all’esperienza artistica quando chiama in causa le capacità di un artista sulla base di quanto riesce a fare su una tela, su una tavola o su una parete. Anche perché - tecnicamente - tutto ciò che aggetta diventa subito scultura, e la scultura esula da questa nostra analisi.

Inoltre, questo tipo di esperienze, ha provocato anche esiti davvero singolari. A un collezionista può accadere di comprare un’opera per diverse decine di migliaia di dollari e di ritrovarsi dopo qualche anno con una patacca che vale qualche centesimo. La trasformazione dall’arte all’arte-mercato assomiglia molto alla trasformazione dell’economia in finanza che abbiamo visto nella fine del secolo precedente. Il concetto (o non concetto) è che il valore intrinseco delle cose non esiste più, e a determinarne il prezzo (che non corrisponde assolutamente al valore) sia una serie di variabili mediatiche e sociali.
Questa specie di farsa tragica ha radici già nel dopoguerra, quando i galleristi e gli “artivendoli” hanno condannato gli artisti a ripetere continuamente i loro moduli narrativi, quelli che li hanno resi celebri,  come se fossero prodotti di consumo. Il famoso taglio di Fontana, probabilmente una grande intuizione ed un’opera di interesse storico, non ha forse diminuito il suo prezzo, ma ha ovviamente perso valore quando Fontana ha cominciato a produrre tagli a ripetizione per assecondare una richiesta di mercato. Spero veramente che la storia dell’arte sappia, negli anni a venire, fare piazza pulita di tutta questa immondizia e ristabilire un rapporto reale tra artista, venditore e collezionista o apparato museale. Dopo questa fase di arte come prodotto di consumo, è arrivata l’arte da social media, ovvero basata sul prodotto eclatante, scandalistico, rilevante in quanto capace di suscitare interesse mediatico. Naturalmente anche questa “capacità” spesso non è intrinseca all’opera, ma come ho detto è fabbricata a tavolino dai mercanti, dai critici e dai galleristi.

Io non so se Banksy abbia voluto mettere in risalto queste incongruenze quando ha creato il quadro della bambina con il palloncino che si è autodistrutta, perché di fatto anche l’evento autodistruttivo non ha fatto altro che aumentare questo meccanismo di lievitazione del prezzo a fronte non solo della scarsa rilevanza, ma addirittura della mancanza stessa dell’opera. Si dice di Banksy che l’opera vada vista, per sua stessa ammissione, come una citazione di Picasso quando dice che ogni atto di creazione è, prima di tutto, un atto di distruzione. Ma se l'intento era quello di rivelare e mettere in discussione il sistema economico che gira intorno all'arte, bisogna dire che l’obiettivo non è stato raggiunto. Infatti l'opera di Banksy distrutta dal trita-documenti contenuto in essa vale oggi il doppio del prezzo a cui è stata venduta. Risulta difficile credere che Banksy non abbia pensato a questa paradossale conseguenza.

Un altro fatto che denota la situazione tragica provocata dai mercanti (che nel frattempo arricchiscono e se la ridono) è una banana attaccata al muro con il nastro adesivo, la nuova opera di Cattelan, venduta a 120mila dollari.  Naturalmente non c’è da parte mia nessuna critica a Cattelan, che tra l’altro è persona ricca di idee e propositore di intelligenti provocazioni. Inoltre è innegabile che se esistono idioti disposti a pagare 100mila dollari, che so,  un pacchetto di noccioline, è ovviamente legittimo che esista qualcuno che vende pacchetti di noccioline a 100mila dollari. Naturalmente una banana marcisce, quindi l’acquirente deve periodicamente sostituire la banana (e probabilmente anche il nastro adesivo). L’idea è simpatica, potrebbe essere un bel soggetto per un film di Neri Parenti, ma sembra aver poco a che fare con l’arte, anche se le concettualizzazioni che possiamo appioppare a questo evento sono moltissime, a cominciare dal fatto che costringe il suo acquirente a perpetrare l’azione cosiddetta “artistica” per poter continuare a godere dell’opera. Ma c’è ancora di più: l’artista David Datuna si è avvicinato all’opera, l’ha staccata dal muro e ha iniziato a mangiarla davanti alle telecamere per poi pubblicare il filmato su Instagram, definendo il tutto una performance artistica. Performance però di moderato successo, che ha ottenuto meno di 300.000 visualizzazioni su YouTube.

I precedenti non mancano, a cominciare dalla “Merda d’artista” di Piero Manzoni del 1961 al “Cubo inesistente” di De Dominicis, opera-non-opera del 1969, a cui si aggiunge, nel 1972, il ragazzo affetto da sindrome di Down esposto alla Biennale di Venezia, sempre da De Dominicis, ai cavalli portati in mostra da Kounellis nel 1969. Tutti episodi che hanno avuto il merito di porre la immortale domanda (senza risposta) su che cosa sia arte e cosa non lo sia. Eppure, come vedremo, Duchamp aveva chiarito per bene che la sua “fontana” del 1917 non era arte, ma anti-arte. Peccato che questa confusione tra arte e anti-arte  abbia trasformato una provocazione in un valore assoluto. L’apparato concettuale è servito al dibattito, ha espresso il rifiuto di molti artisti o presunti artisti verso un’idea di arte che doveva gratificare. D’altronde anche Picasso, quando ha dipinto “Les demoiselles d’Avignon”, non aveva certo l’obiettivo di compiacere lo spettatore. Ma Picasso aveva stile e aveva chiari i confini entro cui attuare la sua rivolta. Sulle provocazioni successive attendiamo qualche bambino che trovi ancora il coraggio di dire che il Re è nudo. Per chi si occupa d’arte, e per noi ignari amatori, che abbiamo dato una rapida scorsa a mille anni di storia dell’arte, credo che questa affliggente realtà dovrebbe trovare spazio al massimo nei giornali trash-scandalistici che oggi non esistono più come per esempio “Cronaca Vera” dove si vedevano titoli del tipo “Masturba l’amante nel palazzo di fronte usando una canna di bambù” oppure “Suora sorpresa a far l’amore con un cane”. Chissà che quei baldi redattori non si siano convertiti in artisti concettuali… Ma io sono comunque ottimista, occorre attendere che passi quest’epoca, forse la più idiota nella storia del mondo, e attendere una ripartenza dominata dal senso e dall’onestà intellettuale, perché l’arte non muore.

(giugno 2020)